|
The Guardian Devil
Parte III -
Angels and Demons
di
CryForTheMoon
“Come sarebbe a dire che non lo trovate?” gridò Raphael picchiando il pugno
sulla superficie di cristallo del tavolo. Una sottile linea partì dal punto in
cui le nocche avevano colpito la superficie, creando una sorta di zig zag che
attirò l’attenzione dell’arcangelo.
“Maledizione!” esclamò fissando la linea, poi rivolto all’Amesha che gli stava
di fronte e che tremava di paura, “vuol dire che ci penserò io a trovarli. Sei
un incompetente, Cahliel. Tu e i tuoi compari, tutti incompetenti!”
Cahliel abbassò gli occhi impaurito e si lasciò cadere sulle ginocchia,
prostrandosi di fronte al suo signore. Sapeva, per esperienza, che l’unico
modo per riottenere la grazia, era adularlo ed ossequiarlo finchè la rabbia
non svaniva come nebbia al sole.
Dopo qualche minuto, Raphael si ricompose, rabbonito dalle preghiere e si
volse verso la parete a vetri che aveva alle spalle. Si trovava all’ultimo
piano di un grattacielo di acciaio e vetro scintillante, nel suo enorme e
moderno ufficio di direttore generale di una multinazionale farmaceutica.
Guardò fuori, la vista era magnifica, da lassù poteva vedere tutta la città e
sentire tutte le anime che si rivolgevano al cielo. Socchiuse gli occhi,
concentrandosi sulle anime che al momento pregavano, cercando di capire se a
qualcuna era accaduto qualcosa di strano nella notte.
Nessuna rivelò indizi interessanti.
“Esci di qua,” sbuffò Raphael “e non voglio essere disturbato per le prossime
ore, per nessun motivo.”
Cahliel si alzò e, tenendo lo sguardo basso, percorse all’indietro la distanza
che lo separava dall’ingresso dell’ufficio.
“Sono stato chiaro?” sottolineò l’arcangelo, usando un tono di voce che fece
rabbrividire l’Amesha.
“S-sì, signore.” Balbettò l’altro, uscendo e chiudendo immediatamente la
porta.
Raphael guardò di nuovo fuori attraverso il vetro infrangibile. New York si
stendeva ai suoi piedi come un grande tappeto dai mille colori. Più sotto,
lunghe strisce di asfalto si rincorrevano l’un l’altra come serpenti sinuosi e
le loro scaglie erano le minuscole automobili lucenti che si muovevano in
continuazione. Sui marciapiedi centinaia di persone camminavano, chi
lentamente, chi di corsa, ognuno perso nei propri pensieri.
L’arcangelo si concentrò per ascoltare quei pensieri, cercando di nuovo un
indizio che lo portasse a Lucifer e al Bambino.
“Devo comprare il pesce”
“Dov’è un taxi? Quando ti serve non c’è mai!”
“Ehi, mi ha guardato.. magari le interesso.”
Tutto inutile, tutti pensieri futili di una umanità variegata ed altrettanto
inutile.
Quel maledetto era riuscito a far perdere le sue tracce con la magia e solo
con quella sarebbe riuscito ad ottenere la risposta che cercava.
Prese il telecomando posato sulla scrivania scheggiata e oscurò la vetrata, la
penombra prese lentamente il posto della vivida luce solare.
“A questo punto, non mi resta altro da fare che utilizzare anch’io qualche
incantesimo.” Raphael si dispose al centro della stanza, ritto in piedi sul
pavimento di marmo rosa, fece alcuni movimenti con le mani fino a formare una
sfera, la lanciò in aria e questa si librò senza peso davanti ai suoi occhi.
Poi mormorò una cantilena in un linguaggio antico e disegnò con l’indice
strani simboli finchè una fiammella azzurrognola si accese sul palmo della sua
mano. La fiamma era fredda e non bruciava la pelle di chi l’aveva evocata,
seguiva invece le sue indicazioni e si innalzò fino alla sfera. Lentamente gli
girò intorno, soffermandosi ogni tanto per poi riprendere a muoversi fino a
che si fermò su un punto preciso, vacillò fino quasi a spegnersi, poi riprese
vigore e iniziò a brillare di un’intensa luce azzurrina, segnando il luogo
cercato da Raphael.
Questi afferrò impaziente la sfera e scacciò la fiammella che si spense,
guardò il punto segnato sulla magica mappa: New York.
“Piccolo bastardo!” esclamò l’arcangelo, “proprio sotto il mio naso, ti sei
nascosto. La casa del tuo nemico è il miglior rifugio.” Recitò Raphael,
soddisfatto della scoperta. “Bene, ora che so che sei nella mia città, devo
solo trovare il buco in cui ti sei infilato.”
+++ +++ +++
Gabriel percorse a piedi l’ultimo tratto di strada che portava alla chiesa.
Camminò tranquillo in mezzo alle persone, osservandole attentamente e captando
parte dei loro pensieri, scrutò nell’ombra a ridosso dei vicoli che separavano
i palazzi, esaminò i balconi e le terrazze fino alla sommità degli edifici.
Non vi era sentore di pericolo, nessun Amesha o qualsiasi altra creatura
sovrannaturale era nelle vicinanze, né si celava sotto mentite spoglie.
Relativamente sicuro di non essere né seguito né osservato, Gabriel girò
l’angolo e si ritrovò nella via che conduceva alla chiesa del Sacro Cuore di
Cristo Redentore. La trovò costretta tra due alti caseggiati che le portavano
via, quasi del tutto, la luce del sole, piccola e indifesa accanto a quei
mostri di cemento. La facciata era dipinta di bianco, ma il tempo e le
intemperie si erano divertite a sfumarla di grigio e in alcuni punti era
diventato molto scuro, quasi nero della fuliggine rilasciata dalle automobili
che ogni giorno transitavano proprio lì davanti.
In alto c’erano tre lucernari che davano luce all’interno, tutti erano
costituiti da vetri colorati e rappresentavano scene tratte dai Vangeli. La
finestra principale era rotonda e raffigurava il Cristo Redentore che teneva
tra le mani il proprio cuore sanguinante, le altre due erano, invece,
rettangolari e mostravano l’adorazione degli Apostoli. In una delle due,
Gabriel, notò una figura seminascosta dal mantello di San Pietro, piccola e
scura, rannicchiata tra le gambe dei santi uomini, il viso nascosto dalle mani
giunte in preghiera. Solo gli occhi si vedevano con chiarezza, ed erano neri
come la pece. L’uomo si avvicinò all’entrata, il portone di legno era aperto e
lasciava intravedere l’azzurra frescura dell’interno, si fermò sulla soglia,
sentendo sulle dita il pizzicore di un incantesimo in atto. Tutto il perimetro
della chiesa, dalle fondamenta fino al tetto, era stato avvolto in una sorta
di ragnatela magica che non avrebbe fermato nessuno, ma avvertito
immediatamente chi aveva lanciato il sortilegio. Gabriel varcò l’uscio, ben
conscio di aver fatto scattare l’allarme, probabilmente nell’arco di poco
tempo, Lucifer si sarebbe presentato in tutto il suo splendore, come del resto
era solito fare.
L’ombra all’interno della chiesa lo rinfrescò piacevolmente, avanzò lentamente
tra le due file di panche di legno lucido. Sentiva gli occhi delle anziane
donne su di sé, lo scrutavano e bisbigliavano tra di loro, sconcertate dalla
presenza dello sconosciuto che procedeva verso il confessionale. Gabriel
premette con impazienza il pulsante del campanello e rimase in piedi, nella
penombra, ad attendere il prete.
Dopo qualche minuto, padre Derek spuntò dalla porticina che portava nella
canonica e si avviò a grandi passi verso il confessionale.
“E’ lei che ha chiamato?” chiese, squadrando l’alto uomo biondo che attendeva
guardando distrattamente un quadro raffigurante il Martirio di San Sebastiano.
“Sì, Padre, sono io.” Rispose questi, voltandosi verso il prete, “ma non devo
confessarmi. Voglio solo parlare con lei.”
“Non vorrei essere scortese, signor...?”
“Gabriel. Il mio nome è Gabriel e lo so, è molto impegnato. Specialmente da
ieri notte.” Derek si fece improvvisamente attento e sospettoso, scrutò l’uomo
dall’alto in basso ma rimase silenzioso, attendendo la prossima mossa.
“Le hanno portato un bambino speciale. Devo assolutamente vederlo.” Aggiunse
lentamente Gabriel, usando un tono di voce più pacato e gentile.
“Si sbaglia, non accettiamo bambini, qui. Dovrebbe provare al convento a due
isolati da qui, sulla East Road.”
“Non sto scherzando, Padre e lei non sa mentire.” L’uomo si avvicinò,
soverchiando il prete che era più basso di lui. “ Non voglio fargli del male,
mi manda il ragazzo dai capelli neri.”
Derek iniziò ad agitarsi e a sudare, nonostante la frescura, non sapeva cosa
fare se non negare ogni cosa. Improvvisamente la porticina si spalancò di
nuovo e suor Theresè balzò fuori chiamando a gran voce il prete.
“Presto, presto padre Derek. Venga...” gridò la suorina, in preda
all’agitazione.
Il sacerdote si voltò di scatto e corse verso la porta, seguito da Gabriel.
Oltre lo stretto corridoio si apriva una stanza ampia dalla quale si
dipartivano le entrate di altrettante camere e una di queste era la cucina
della canonica. Seduto sul seggiolone di plastica colorata, un bambinetto che
dimostrava circa due anni, piangeva cercando di prendere il ciuccio che gli
era caduto.
“E’ cresciuto di nuovo...” mormorò il prete, scuotendo la testa, stava
assistendo a più prodigi nelle ultime ventiquattro ore che in tutta la sua
vita, passata e futura.
Gabriel lo superò in due passi e si fermò di fronte al bimbo, si lasciò cadere
sulle ginocchia e abbassò reverente il capo, bisbigliò una preghiera e prese
tra le mani quelle minuscole del bambino.
Suor Theresè arrivò per ultima e rimase sbigottita di fronte allo spettacolo
che si presentava ai suoi occhi, si strinse a Derek cercando conforto, ma
anche il ragazzo rimase muto, limitandosi a guardare. Un lieve bagliore
proveniva dall’uomo inginocchiato e aumentava lentamente finchè un’intensa
luce bianca avvolse le due figure. Attraverso il chiarore si vedeva
distintamente una forma umana dai lunghi capelli biondo cenere, avvolta in una
tunica bianca con gli orli dorati e due grandi ali ripiegate sulla schiena, in
posizione di riposo.
“E’... un angelo.” Balbettò la suora, aggrappandosi ancora di più al braccio
di Derek.
“Già… un angelo e ieri sera un diavolo.” Il prete scosse la testa, tutto era
così incredibilmente complicato, assurdo, incredibile.
Gabriel lasciò le mani del bambino e la visione celestiale scomparve.
“Ora sapete chi sono veramente.” Disse alzandosi e voltandosi verso i due
stupefatti spettatori. “Per favore Madre Theresè si occupi del piccolo. Lei è
la più adatta tra noi.” Poi rivolto a Derek “Noi dobbiamo parlare.”
“Noi tre, dobbiamo parlare.” Sottolineò Lucifer, mollemente appoggiato allo
stipite della porta. “Uno spettacolino niente male, Gaby. Nemmeno io avrei
saputo fare di meglio.”
“Non è il momento di fare battute, Lu.” Disse l’angelo rivolgendosi al ragazzo
sulla porta, “bisogna agire in fretta, prima che gli altri riescano a trovare
questo luogo.”
Lucifer avanzò ancheggiando, fermandosi di fianco al prete che lo guardò
affascinato.
“Come sempre hai ragione. Sarà meglio radunare lo stretto necessario e
lasciare questo posto, anche se ho usato una magia debole, è facilmente
rintracciabile se si guarda nel punto giusto.” Lucifer scoccò un’occhiata a
Derek che continuava a fissarlo silenziosamente. Gli sorrise e l’altro abbassò
lo sguardo e si allontanò velocemente, borbottando qualcosa di
incomprensibile.
“Tu pensa alla suora e al bambino, Gabriel, tesoro. Io mi occupo del prete.”
Senza aspettare risposta, il ragazzo seguì il sacerdote in una nuova stanza,
ampia e luminosa, i muri occupati da scaffali pieni di libri di ogni foggia e
dimensione.
Derek era alla scrivania di legno che occupava gran parte della parete
all’entrata e stava mettendo in una valigetta il portatile.
“Quanti libri!” esclamò Lucifer, facendo scorrere lo sguardo sulle copertine
colorate. “Li hai letti tutti?”
“Sì.” Rispose il prete, laconico, senza sollevare lo sguardo dalla scrivania.
Il ragazzo gli lanciò un’altra occhiata, sentiva l’agitazione e il turbamento
di cui era preda Derek ma non ne capì l’origine. Gli pareva strano essere lui
la fonte di tale inquietudine, in fondo non lo aveva nemmeno guardato negli
occhi, non gli aveva parlato con la sua voce melliflua e non aveva messo in
atto nessuna opera di seduzione nei confronti del sacerdote. Lucifer scrollò
le spalle, magari era solo nervoso per via del Bambino prodigioso.
La sua attenzione si spostò sul resto della biblioteca, in fondo alla sala uno
scaffale era coperto da un drappo nero. Si incamminò in quella direzione e
arrivato a ridosso dei ripiani, prese un lembo della stoffa e tirò.
“No!” gridò Derek, mollando la valigetta sul tavolo.
“Troppo tardi.” Rispose Lucifer, stringendosi nelle spalle e lasciando cadere
il panno a terra.
“Hai letto anche questi?” chiese, indicando i volumi e sfiorandoli lentamente
con le dita. “Il Necronomicon, De Vermis Mysterii, La clavicola di Re
Salomone, mmm... questo l’ho scritto io.” Sorrise, mentre prendeva il libro
tra le mani e lo apriva, guardando le pagine ingiallite e fragili,
l’inchiostro era scolorito dal tempo, ma ancora si leggevano le invocazioni
demoniache.
Derek glielo sfilò dalle mani e lo ripose al suo posto.
“Ho letto tutto, anche questo.” Disse il prete, sostenendo lo sguardo
divertito di Lucifer.
“Mmm... chissà quali altri segreti nascondi, mio caro.” Ribatté il diavolo,
catturando con lo sguardo gli occhi verdi di Derek e facendogli mancare il
respiro. Questi, fece passare qualche istante, poi annullò la distanza che lo
separava da Lucifer, gli mise una mano sul fianco e si sporse per baciarlo
sulle labbra. Aveva inteso che fosse solo un bacio amichevole, per
dimostrargli che era pronto a servirlo, ma Lucifer non si accontentò. Derek
non aveva mai provato nulla di simile, prima di quel momento, la lingua del
demone si spinse a forza tra le sue labbra, penetrando nella sua bocca come
fosse fuoco liquido, venne preso dalle vertigini e chiuse gli occhi. Ogni
tocco era tormento e delizia e ben presto venne preso dall’estasi, Lucifer lo
strinse un po’ di più, strusciandosi contro il suo inguine, avvertendo
l’erezione dell’altro divenire sempre più dura e pulsante finché lo sentì
venire. Derek si staccò, rosso in viso, le lacrime agli occhi, guardò un
istante Lucifer che ricambiò il suo sguardo e corse via, fuori dalla stanza e
su per le scale che portavano al piano superiore.
Con divertita indifferenza, Lucifer raccolse la valigetta e se la mise a
tracolla, attraversò l’ingresso e tornò in cucina. Suor Theresè stava
sistemando le cose necessarie in un borsone di plastica mentre Gabriel
giocherellava con un pupazzetto di peluche.
“Cos’hai lì?” chiese, indicando la valigetta nera.
“Il portatile di Derek, sembra che sia una cosa indispensabile.” Rispose il
ragazzo posando la borsa sul tavolo.
“E lui dov’è?”
“E’ andato a cambiarsi.” La voce di Lucifer si fece maliziosa, “sai, dà
fastidio tutto quell’umido e poi, appiccica...”
“Cosa gli hai fatto?” scattò Gabriel, strattonando il ragazzo per un braccio.
“Io? Niente, te lo giuro. Ha fatto tutto da solo… o quasi.” Ridacchiò,
nascondendo il viso dietro la mano libera.
Nel mentre, Derek entrò in cucina, prese la sua tracolla e il bambino e, senza
degnare di uno sguardo Lucifer, disse: “Possiamo andare.”
|