Moi: io sono impazzita… sono diventata completamente matta… ho appena finito una fanfic… e ne comincio un’altra?! O__O aiuto! Qualcuno mi fermi!

Hana: posso spararti, se ci tieni tanto…

Ru: do’aho, così sporchi… perché non un po’ di veleno?

Moi: ehm… va bene così, grazie, non vi ho chiesto niente… ^^’’

Hana e Ru: tsk! Peccato…

Moi: infami… è_è

 

 


Pelouches

di Gyh


 

Sorrido spesso, io. Anzi, quasi sempre, pensandoci bene. Forse è per questo che tutti sono convinti che io sia un ragazzo felice. Chi sono, io, per gli altri? Facile: Akira Sendo, diciotto anni, asso del Ryonan, ragazzo simpatico, allegro, molto maniaco. Certo, io sono questo. Ma c’è una cosa che tante persone non riescono a capire, come se davanti ai loro volti fosse stato dipinto un quadro sbagliato, o uno specchio incapace di riflettermi o semplicemente un muro. Una semplice parete divisoria. La gente non riesce a capire una cosa. Io non sono solo quello. Sono Akira Sendo. Ho diciotto anni. Sono simpatico. Sono allegro, o almeno mi sforzo di sembrare tale, perché ho l’impressione che se non lo facessi non sarei più nemmeno questo. E sono molto maniaco, questo è innegabile. Ognuno ha i suoi hobby. Ma io non sono solo questo. Io sono una persona. Ho le mie paure, i miei istinti. I miei hobby e i miei interessi di certo non si restringono al basket e ad una scopata. Io sono una persona. Ho dei sentimenti, delle emozioni, tanti scheletri nell’armadio… ma nessuno lo capirà mai. Non so se sono io a dare l’impressione di un ragazzo così spensierato o se sono gli altri a non avere voglia di capire. Però è così e non cambia. Sono poche le persone a conoscermi. Ogni tanto mi viene da pensare che sulla mia lapide ci sarà scritto “Akira Sendo, ragazzo simpatico, allegro, un po’ maniaco”. Ops, scusa. Mi veniva, da pensare. Adesso non più. Perché c’è una persona che mi ha scoperto, che mi ha trovato, che mi ha capito e mi capisce. Il mio Hana. Il mio piccolo, dolce Hana. E so che mi capisce perché anche lui per molto tempo ha pensato le stesse cose. Lui che cos’è, per gli altri, in fondo? Hanamichi Sakuragi, diciassette anni, ragazzo simpatico, un po’ idiota, teppista, bravo giocatore dello Shohoku. Ma non è solo questo. Hanamichi è molto, molto di più.

C’è una cosa che ci ha uniti indissolubilmente: i pelouches. Mi spiego meglio.

Erano già diversi mesi che mi ero innamorato di lui. E gli facevo la corte. Non mi piace molto questo termine, ma non ce ne sono molti altri. Facevo in modo di incontrarlo spesso in giro, mi offrivo di aiutarlo ad allenarsi a basket – a volte lui accettava – gli lanciavo occhiate maliziose, battutine a sfondo erotico, qualche palpatina ogni tanto. Credo che ad un certo punto lui ci avesse anche fatto l’abitudine, perché quando talvolta la mia mano si spostava sui suoi glutei, invece di esplodere e urlare che se non la finivo mi uccideva, era arrivato ad un punto in cui si spostava, mi guardava storto e mi diceva semplicemente “Non cambi mai, eh?”, quasi con un sorriso. Pensava che scherzassi, con lui. Che, visto che sono un po’ maniaco, ci provassi un po’ con tutti i bei ragazzi che mi capitavano a tiro. Credo che anche per lui fossi un po’ “solo” il ragazzo simpatico, allegro, un po’ maniaco. Ma un giorno dovevo andarlo a prendere a casa sua, per poi andare ad una festa a casa di Mitsui.

Senza volere, cercando il bagno, sono entrato in camera sua.

Era il regno dei pelouches. Di ogni genere e dimensione. C’erano scimmie, volpi – questo mi fece ingelosire un bel po’ – cani, gatti, orsi, coccodrilli, lumache, serpenti… qualsiasi animale possibile e inimmaginabile. Quando ha visto che ero entrato lì Hanamichi ha lanciato un urlo, tutto rosso, poi mi ha puntato l’indice contro e mi ha detto, minaccioso:

-         Non osare dirlo in giro o guai a te…

Io gli avevo sorriso.

-         Cos’è che non dovrei dire?

Lui aveva abbassato lo sguardo, in imbarazzo, si era messo le mani nelle tasche, in un atteggiamento che voleva essere da bullo ma che a me sembrava solo di ragazzino timido e impacciato e aveva borbottato “Dei pelouches”.

-         Perché? Non c’è niente di male. Anch’io faccio la collezione. – avevo replicato, tranquillo.

Lui era rimasto davvero basito. Proprio non se l’aspettava. E quando gli ho detto che ne avevo molti più di lui c’è rimasto male. Gli ho raccontato che ho cominciato quando avevo sette anni, perché da bambino avevo spesso la febbre e avevo sempre a letto un orsacchiotto. Lui mi ha sorriso, sollevato. Mi ha spiegato che non voleva che si venisse a sapere, perché di certo sarebbe stato preso in giro. Per me non c’era problema.

-         Se mi baci non lo dico. – l’ho punzecchiato, per scherzo.

Lui mi ha guardato tutto triste e indeciso. Pensava che dicessi sul serio! Stavo per dirgli che scherzavo, quando quel dolce scimmiotto si è allungato e mi ha dato un bacio sulle labbra. Si è staccato subito, rosso come un peperone, negli occhi uno sguardo determinato e serio.

-         Adesso non devi dirlo.

Quando gli dissi che scherzavo ci rimase così male che per un attimo temei davvero che si mettesse a piangere, ma poi ha fatto un’alzata di spalle e ha detto che dovevamo andare, se non volevamo arrivare in ritardo alla festa.

Già, il mio Hana. Tutto mio.

È già da un paio di mesi che viviamo insieme. Dormiva spesso a casa mia, ma il suo trasferimento è stato ufficiale quando ha trasferito da me il suo pelouches preferito, un orsacchiotto marrone con un fiocco rosso.

Gli ho regalato un pelouches a forma di riccio. Gli è piaciuto moltissimo, ho fatto in modo di trovare il più morbido possibile. Adora tutto ciò che è morbido. A volte mi chiedo come faccia a dormire sul suo cuscino, visto che non appena mi ci appoggio ci sprofondo. È terribile! Anche se da qualche tempo Hanamichi preferisce dormire sul mio petto. Mi ha chiesto se, per piacere, non potevo mettere su qualche chilo, così magari diventavo più morbido. Ho riso, quando me l’ha chiesto, ma mi sono zittito, quando ho capito che non scherzava affatto. Ma io non ci penso neanche! La mia agilità dipende anche dalla mia figura snella e come giocatore di basket ho dei doveri.

Io e Hana abbiamo fatto l’amore, per la prima volta, sul tappeto di camera mia. Ok, c’era il letto, ma non è che l’abbiamo fatto sul duro pavimento. Il tappeto era completamente ricoperto di pelouches. Ce li stavamo tirando addosso per gioco, quando ad un certo punto ci siamo baciati e abbiamo deciso che era arrivato il momento di fare l’amore.

A volte ho l’impressione che siamo diventati l’uno il pelouches preferito dell’altro. Ci abbracciamo, ci coccoliamo, ci stringiamo in un modo così dolce e infantile, a volte… anche quando abbiamo fatto l’amore.

Ti ho coccolato e riverito per più di mezz’ora. Quando ho cominciato a leccarti tra le gambe tu hai cominciato a stringere un’anatra di pelouches, alzando il bacino per incontrare la mia bocca. È incredibile come riesci sempre ad essere così discordante. Mentre facevi sesso con me ti rifugiavi in un mondo fatto di giocattoli.

-         Preferisci Miss Qua a me? – ti chiesi allora, per gioco, fintamente indignato.

-         Mmhhh… noo… Akira… continua… - mi pregasti, eri proprio allo stremo.

Ammetto che quando facciamo l’amore, questa punta di sadismo dentro di me mi spinge a torturarti un poco, ovvero ritardo il momento in cui vieni per così tanto tempo che alla fine arrivi perfino a supplicarmi, orgoglioso come sei!

-         Dimmi che mi preferisci a Miss Qua e continuo. – ti stuzzicai ancora.

-         Sì… sei… sei molto meglio di Miss… Miss Quaaaahh… - mi hai concesso, abbandonando la papera, mentre riprendevo a leccarti.

Dopo però Miss Qua me l’hai lanciata addosso tante di quelle volte che ho temuto di rompesse! Avevi le tue ragioni, effettivamente… ma non ci posso fare niente!

Però mi sento in colpa tutte le volte che penso a come ti ho preso velocemente, dopo averti preparato senza vaselina, dopo averti messo un pupazzo gigante a forma di panda sotto la schiena. Hai pianto tanto, mentre aspettavo dentro di te che tu ti abituassi. Ero così preso da te e dalla voglia che avevo del tuo corpo che proprio non avevo pensato al tuo dolore… sono rinsavito quando ho visto le tue lacrime e tu mi hai detto, con voce flebile e acuta “Akira… ti prego… non muoverti… mi fa male…”. Quando me l’hai detto ho sentito un tuffo al cuore e mi sono sentito morire. Povero tesoro, chissà quanto male ti ho fatto… non me lo perdonerò mai e lo sai. Tu, invece l’hai fatto subito.

Ti adoro.

Ti adoro per come ti stringi a me quando dormiamo; per come mi guardi quando vuoi fare l’amore; per come mi prendi per mano quando ti senti affettuoso; per come ti innervosisci quando perdi a basket; per come diventano lucidi i tuoi occhi quando facciamo l’amore; per come si spettinano i tuoi capelli quando tira vento; per il modo in cui adori fare il bagno, anche se l’acqua è così bollente che la prima volta che sono entrato nella vasca con te mi sono messo a urlare; per il modo in cui il tuo sorriso dolce mi fa sciogliere; per la tua timidezza e la tua aria da teppistello; per il modo in cui mi preferisci a Miss Qua.

 

Non abbiamo avuto problemi, quando abbiamo annunciato di stare insieme. Tu ne avevi paura. Eri profondamente terrorizzato dalla reazione dei tuoi compagni. Stringevi tra le mani il piccolo pelouches a forma di riccio che ti ho regalato, prima di annunciare il nostro fidanzamento. Nessuno si è disgustato. Miyagi ci è rimasto male, però, perché era convinto che fossi etero. Mitsui ha detto che se l’aspettava e Kogure anche. Il più sorpreso è stato il gorilla. Ayako ha sorriso con aria complice. Il volpino – chissà perché lo chiami sempre così! – ha sbuffato, tranquillamente. E dire che ti eri tanto preparato psicologicamente! Dopo gli allenamenti – ero venuto a vedere i tuoi, quel giorno non li avevo perché a scuola avevamo festa – siamo andati tutti insieme, con la tua squadra, a brindare al nostro onore. Eravamo attorno al tavolo di quel pub dal nome complicato quando Ayako, un po’ brilla, ha chiesto.

-         Sentite un po’… ma quello che fa l’uke è Hana, vero?

Tu sei arrossito di colpo e io sono scoppiato a ridere.

-         Effettivamente sì… - ho risposto.

-         Akira! – hai protestato.

Credo che un po’ ti vergognassi del tuo ruolo. Non credo che tu abbia il desiderio di essere seme, non ti ci vedo. Non credo che tu possa mai volere entrare dentro di me o chissà chi. No, sei troppo dolce. Tanto per cominciare se prendessi qualcuno e gli facessi male saresti tu a metterti a piangere. E poi sei così carino e dolce, quando ti offri a me!

Però ti vergognavi, forse pensavi che in questo modo gli altri potessero pensare che tu fossi debole, effeminato… non lo so proprio. Ma so con certezza che la stretta della tua mano sulla mia giacca, il modo in cui ti premevi contro di me, come per annullarti al mio interno, per nasconderti, mi ha fatto una tenerezza infinita!

-         Ce lo vedo proprio… - ha commentato Mitsui, ridacchiando.

-         Cosa vorresti dire?! – aveva ringhiato Hanamichi.

-         Quello che ho detto. – ha risposto Mitsui con un’alzata di spalle.

E Hanamichi non ha risposto, ha semplicemente continuato a rimanere aggrappato a me.

Adorabile scimmietta.

Se penso che forse adesso non staremmo insieme se non fosse per il nostro comune amore per i pelouches! Mi viene da ridere, davvero. Ma pensandoci seriamente mi vengono i brividi.

Non avrei te… non avrei Hanamichi…

Grazie. Ringrazio la vita, la mia infanzia perché la febbre mi ha aiutato ad amare i pelouches, Mitsui che ha dato una festa quel giorno e Hanamichi di esistere.

E anche Miss Qua.

 

Gyh: almeno l’ho finita in pochi minuti…

Akira: uffa, facciamo pochissime cosacce!

Hana: O\\\\O

Ru: è_é

Akira: Hana è paralizzato… posso farmelo!

Hana e Ru: non osare!!

Gyh: uhm… questa fic avrei voluto dedicarla a qualcuno… vorrei dedicarla a Lucy, ma mi ucciderebbe perché odia le senhana… vorrei dedicarla a Najka o a Enlil, ma non ne ho motivo, tranne il mio affetto. Quindi la dedico solo a me perché sono ancora qui. ^__^