Gyh: attenzione. Potrebbe causare diabete o rallentare il funzionamento cerebrale. È orrendaaa!!! >.< però mamma Najka ha detto che le piaceva l’idea… ç__ç colpa sua! Mah, comunque… la dedico a tutti quelli che leggeranno – pace all’anima vostra!!!

 



The love and the lake of tears

di Gyh


 

Lo vedo.

Sorride. Malignamente. A me. Ci sono solo io, qua.

È buio, ancora. Di nuovo.

Ma non so se è notte o giorno. Non so nemmeno quanto tempo è passato da quando sono stato condotto qui.

Qui.

Dove sono?

E lui continua a ghignare, negli occhi uno sguardo folle.

Ho paura. Di nuovo.

Ancora.

Non so chi sia.

Pensavo di saperlo.

Ora so di essermi sbagliato. Ma è troppo tardi.

Lo vedo. Sempre quell’espressione assatanata sul volto.

Vorrei scappare. Lo farei, comincerei a correre forte, più che posso, più veloce della luce, lo so, ce la farei…

Se solo non fossi ammanettato a questo letto.

La stanza è illuminata da poche candele. Non l’ho studiata molto, lo ammetto.

Ero troppo impegnato a piangere e a disperarmi.

Non posso farci niente.

Voglio svegliarmi.

 

E si sveglia. Hanamichi apre gli occhi di scatto.

Ansima, ha paura, è sudato. Sudore gelido. Deglutisce la paura, si preme una mano sul cuore. Batte all’impazzata. È terrorizzato. Non ha nulla da temere adesso, lo sa. Ma non può farci niente. Ha paura. È normale, si dice. È normale, gli dicono. Col tempo passerà. Il tempo guarisce ogni ferita, no? Ma è difficile, è così difficile continuare a vivere con la ferita ancora aperta… lacerata, nella sua anima. E quei sogni ancora adesso non lo abbandonano. Dopo sette anni ancora non lo lasciano in pace. Certo è migliorato molto. Ma non abbastanza… mai abbastanza…

Si alza in piedi, lentamente. È nella sua camera, lo sa. Accarezza lentamente il futon che ogni notte lo accoglie nel suo morbido abbraccio.

Accarezzare… quelle mani che lo accarezzano…

Di nuovo rabbrividisce e ansima dal terrore, si stringe le mani al petto, convulsamente, gli occhi spalancati fissi nella sua stanza immersa nella penombra. La luce che filtra dalla strada illumina tutto, la sua scrivania, la sedia, l’armadio a muro… tutto. Ma non abbastanza da permettergli di muoversi liberamente per la stanza. Che cosa c’è in agguato, nascosto in quell’ombra? Chi c’è?

Deglutisce di nuovo e sospira profondamente. Non può continuare così. Una volta alla settimana almeno quel sogno si ripete. Ogni singolo istante passato in quella stanza buia lo rivive. Non bastava una volta?

E da quando sta con Kaede quei sogni si sono moltiplicati, fino a tenerlo sveglio, a perseguitarlo anche tre giorni su sette. Forse dovrebbe parlarne al suo ragazzo e lo sa. Ma è difficile. Ha paura. Di allontanarlo da sé, raccontandogli tutto, perché forse potrebbe considerarlo sporco, corrotto… potrebbe non vederlo più come Hanamichi, ma come un ragazzo differente. O forse semplicemente non glielo diceva perché voleva dimenticare. Voleva espellere quei ricordi da sé, completamente, per sempre.

Se ne avesse parlato ancora, allora sarebbe stato come ammettere che quei fatti erano avvenuti davvero. E lui voleva poterli considerare come incubi lontani… se poteva.

Accende la luce. Non ne può più del buio. Lo inganna, lo spaventa. È davvero un infame!

Sorride della propria paura. Così tanta da renderlo capace di incolpare il buio!

Sospirò sollevato, quando il lampadario illumina tutta la stanza, la inonda di luce. E la depura, sì, la depura da ogni corruzione, che c’era o che poteva esserci… la fa scappare. La elimina.

Si siede sul futon e si guarda attorno. Esamina la stanza, la studia, la perquisisce accuratamente con lo sguardo. Non c’è nessuno. C’è solo lui. Sorride, sollevato e si stende, si tira la coperta fin sopra la testa, per riscaldarsi e per ripararsi un poco gli occhi dalla luce che li colpisce. Non riesce a dormire con la luce, ma sa che se la spegne di nuovo non chiuderà occhio ugualmente. Tanto vale…

Gli piace la sensazione di un cuscino sotto la testa. Ed è con questa sensazione che di nuovo, rannicchiandosi in posizione fetale, chiude gli occhi, riaddormentandosi pesantemente.

 

-         Ehi, Hana, che hai? – chiese Yohei all’amico. Lo vedeva un po’ strano, da qualche tempo.

Hanamichi sospirò tristemente. Yohei era l’unico che sapesse la verità, tutta la verità su di lui. In fondo erano stati compagni di stanza, in orfanotrofio. E lì tutti sapevano di Hanamichi, di cosa gli era successo. Tutti.

-         Problemi con Rukawa? – gli chiese Yohei, preoccupato.

-         In un certo senso… - sussurrò il rossino, con un sorriso mesto.

-         Avete litigato? – domandò l’amico, posandogli delicatamente una mano sulla spalla.

Il rossino scosse la testa.

-         Stiamo insieme da quattro mesi. – disse Hanamichi.

-         Aha. Oggi è il vostro mesiversario, vero? – gli sorrise complice Yohei.

-         Non abbiamo ancora fatto l’amore. – sputò fuori Hanamichi, sforzandosi di parlare con calma.

-         Hana… - sussurrò Mito, capendo all’istante.

Doveva aver ricominciato con gli incubi. Se lo ricordava ancora, a nove anni, che si rifiutava di mettersi a letto a dormire, perché dei letti aveva paura, che non riusciva nemmeno a chiudere gli occhi, la notte, per la paura. Si stringeva le ginocchia al petto, non si lasciava toccare da nessuno. Non mangiava, non dormiva, non parlava. Ed era stato lui, Yohei, a salvarlo. Gli si era piazzato davanti e aveva cominciato a parlargli. Poco a poco Hanamichi aveva cominciato ad interagire, a parlargli, a sorridere… e quando aveva pianto, finalmente, non era riuscito a smettere per due giorni interi, durante i quali era rimasto seduto per terra a stringere un cuscino, presto sostituito col nuovo amico. E da quel giorno aveva cominciato a dormire sul letto, a mangiare… l’anno seguente lui e Yohei erano stati adottati da famiglie diverse e si erano rincontrati alle medie, al terzo anno, quando Mito si era trasferito per il lavoro dei genitori.

Quando Hanamichi gli aveva parlato del suo amore per Rukawa, Yohei aveva esultato interiormente. Hanamichi non si era mai innamorato di nessuno, non ci era mai riuscito davvero. Ogni tanto diceva di innamorarsi di qualche ragazza e solo Yohei sapeva che era solo una copertura, una finzione. Faceva parte dello show. Però con Kaede era vero. E quando si erano messi insieme… dio, quel sorriso luminoso… Yohei non se lo sarebbe mai dimenticato. Per un paio di settimane si era crogiolato nella sicurezza che adesso Hanamichi sarebbe stato felice, che Rukawa l’avrebbe fatto felice.

Ma dopo quelle due settimane già il rossino bussava alla sua porta, triste, con lo sguardo basso. Gli aveva chiesto che cosa aveva, ma lo sapeva già. Era ovvio, palese. Sapeva che quel momento sarebbe arrivato, ma continuava a sperare che… non sapeva neanche lui che cosa avesse sperato. Ma le sue speranze erano mal riposte.

Aveva notato le occhiate nient’affatto caste che Rukawa rivolgeva al rossino. L’unico a non accorgersene era proprio quest’ultimo! Ma ogni giorno lo sguardo di Rukawa si faceva più bruciante, più esigente, più… voleva consumare. Voleva fare l’amore con Hanamichi. Mito aveva tentato di introdurre l’argomento, con l’amico ma questo proprio si era rifiutato di parlarne.

E adesso erano passati quattro mesi e… non avevano ancora fatto sesso.

 

-         Hana… è normale, lo sai… - tentò di consolarlo Yohei, accarezzandogli la spalla.

-         Io lo so, Yohei. Kaede non lo sa. – sospirò il rossino.

-         Devi dirglielo… capirà, lo sai. È pazzo di te! – provò a convincerlo Mito.

Il rossino scosse la testa, sconsolato.

-         E’ meglio di no… - sospirò.

-         Ma perché…?

-         Senti, non parliamone più, ok? – lo interruppe Hanamichi, sforzandosi di sorridere – andiamo in classe.

Il moro sospirò. Non poteva certo costringerlo a parlarne. Non a scuola, almeno!

Senza aggiungere altro lo seguì in classe.

 

-         Hana… - soffiò Kaede nell’orecchio del rossino, facendolo rabbrividire e tremare, sul suo divano.

-         Ka-Kaede… aspetta… un… - tentò di fermarlo Hanamichi, cercando di scostarlo da sé con delicatezza – aspetta un attimo…

-         Mi sembra di aver aspettato abbastanza… - sbuffò il volpino, spostandosi di nuovo, sedendosi accanto al suo do’aho.

Proprio non lo capiva! Finché si scambiavano baci e carezze e abbracci andava tutto bene, ma non appena si spostavano un poco più in là, allora cominciava a tremare e lo rifiutava! Ma perché doveva essere così scostante?! Erano quattro mesi che stavano insieme e il giorno prima Hanamichi gli aveva dato una testata quando l’aveva palpato un pochino!

-         Scusami… - mormorò il rossino, tristemente.

Kaede gli lanciò un’occhiata e sbuffò.

Di nuovo quell’espressione! Non poteva resistere, quando faceva quel faccino… il suo do’aho era davvero irresistibile, quando si sentiva in colpa. Abbassava lo sguardo e i capelli gli ricadevano sul volto, accarezzandogli gli zigomi, gli occhi tristi luccicavano e le guance si arrossavano…

Non poteva restare indifferente a quella visione…

Ma era davvero stufo! Maledizione, stava con Hanamichi da quattro mesi e ancora non erano andati oltre un bacio! C’era qualcosa che non andava! Ma Hanamichi non sembrava aver affatto paura, quando lo baciava…

Sospirò. Era davvero frustrato.

Un conto era non fare l’amore col do’aho quando questo lo insultava e lo prendeva a pugni.

Ma quando il rossino si lasciava accarezzare, abbracciare, baciare da lui… allora come poteva resistere?!

Intanto Hanamichi aveva ricominciato a guardare il film che scorreva sullo schermo.

Sbuffò, insoddisfatto e subito dopo sentì il dolce peso della testa del suo do’aho sulla spalla e il profumo dello shampoo che aveva usato quel giorno per fare la doccia gli invase le narici… quando aveva fatto la doccia…

Il corpo nudo, la pelle dorata, i glutei sodi eppure così morbidi, le labbra socchiuse…

Senza neanche rendersene conto una sua mano scivolò suadente su un ginocchio di Hanamichi. Il rossino emise un sospiro tremulo, ma cercò di concentrarsi sullo schermo, sulle figure che vi scorrevano…

La mano cominciò a muoversi… a salire e scendere lungo la coscia.

Il rossino si scostò lentamente, con delicatezza, allontanando la mano di Kaede prendendola tra le sue e posandola sulla stoffa del divano, tra loro due.

Il moro, invece, sbuffò e ritrasse la mano, scocciato.

Il rossino sentì le lacrime premere.

-         Kaede, mi dispiace… - sussurrò, la voce che tremava.

Nessuna risposta.

-         Perdonami, ma io… io non…

La prima lacrima scivolò sulla guancia, rotolò fino ad infrangersi sul suo ginocchio.

-         Io ti amo, ma non… Kaede… per me è troppo presto…

Il moro lo interruppe improvvisamente, la voce che sembrava un ringhio.

-         Troppo presto?! Hana, stiamo insieme da quattro mesi!

-         Lo so… - mormorò il rossino, affranto.

Sapeva che sarebbe arrivato quel momento… o gli diceva tutto o avrebbero litigato… lo sapeva. Ma era così difficile…

-         E allora spiegami, perché io proprio non riesco a capire! – urlò quasi, Rukawa – Che problema c’è, maledizione! Sai benissimo che non voglio farti male e che starei attento!

-         Lo so… - mormorò il rossino.

-         E allora perché cazzo non vuoi! – s’infuriò il moro.

Si alzò in piedi, torreggiando sul rossino, che tremava, seduto sul divano.

Lo vedeva lì, il suo do’aho…

Aveva pensato che la sua vita sarebbe cambiata, quando Hanamichi aveva detto che lo amava, quando aveva accettato i suoi baci, le sue carezze… anche quando l’aveva rifiutato la prima volta, si era detto che era normale, in fondo il suo do’aho era così timido… ma poi erano passati mesi, mesi… il quarto, adesso. E ancora Hanamichi non si decideva!

Lo osservava, più bello che mai, con le guance umide, gli occhi lucidi, le labbra così invitanti… il corpo scosso da tremiti incontrollabili… poteva averlo, forse… poteva forzarlo… Hanamichi lo avrebbe amato ancora? Se gli avesse strappato l’innocenza con la forza lo avrebbe ancora chiamato “kitsune”? Se lo avesse preso con la violenza gli avrebbe ancora accarezzato i capelli mentre fingeva di dormire?

Sospirò, passandosi una mano sul viso. Che cavolo stava pensando?!

Si inginocchiò davanti al suo do’aho, che stava piangendo silenziosamente.

-         Ehi… - lo chiamò, passandogli una mano tra i capelli – scusa se ho urlato…

-         Non è colpa tua… - mormorò il rossino, tristemente – lo so che sono io… lo so che non è giusto, ma ti prego… ti prego… aspetta ancora un po’.

Il moro sospirò. Non poteva rifiutare niente all’Hanamichi versione lacrime. Annuì e lo baciò dolcemente.

“Buon mesiversario” commentò il rossino tra sé e sé.

 

-         Hana! – lo accolse Mito, con un sorriso, quando aprì la porta di casa – Com’è andata?

-         Malissimo… - gemette il rossino, tirando su col naso.

L’altro sospirò. Se l’aspettava.

-         Dai, entra. – lo invitò Yohei.

Avrebbe voluto davvero tanto picchiare a sangue Rukawa, che faceva soffrire così tanto il suo amico, adesso che forse poteva avere la possibilità di essere, finalmente, felice… e non poteva! Tutto per le voglie sessuali di quel maledetto ghiacciolo!

Ma non poteva dargli torto, dopotutto. Lui era etero, ma era palese anche per lui la bellezza di Hanamichi, la sua sensuale innocenza. Se fosse stato una ragazza se ne sarebbe innamorato! E dopo quattro mesi Rukawa non poteva certo fare la bella statuina asessuata! Era ovvio che facesse delle avances al proprio ragazzo! Certo, negli ultimi tempi sembrava un po’ assatanato, ma…

-         Dio, è stato orribile… mi ha palpato per tutto il film… e alla fine… - cominciò a raccontare Hanamichi, seduto per terra, appoggiato al letto di Yohei.

-         Hai notato una cosa, Hana? – lo interruppe Mito, accucciandosi accanto a lui.

Il rossino lo osservò incuriosito.

-         Quando parli di quello che succede tra te e Rukawa… ti siedi per terra. E non sul letto. Non ti fa pensare, questo?

Il rossino rimase in silenzio, soppesando le parole e il loro significato.

-         Sono mesi che vieni a scuola con le occhiaie. Hai ricominciato con gli incubi. Anzi, ti sono aumentati.

Mito si alzò in piedi, cominciando a passeggiare per la stanza.

-         Se non gliene parli Rukawa continuerà così. E i tuoi incubi aumenteranno. Avrai paura di lui.

Le parole di Yohei erano coltellate, per il rossino. Ma aveva ragione…

-         Vuoi avere paura di Rukawa? Cazzo, Hana, è innamorato di te! Se non lo fosse ti avrebbe già lasciato, sono quattro mesi che state insieme senza fare sesso e lui aspetta ancora! Se glielo dicessi almeno avrebbe una motivazione. Capirebbe. Non può non capire. – tentò di convincerlo Yohei.

Il rossino ricominciò a piangere.

-         Lo so che devo dirglielo… ma è difficile! Come faccio, secondo te?! – singhiozzò Hanamichi – Sai, Kae, quando ero piccolo un maniaco mi ha rapito e mi ha violentato!

-         Non dire stronzate, non devi dirglielo così! – sbuffò l’altro – Vuoi che gli parli io?

-         Non pensarci neanche. – replicò Hanamichi, fulminandolo con uno sguardo.

-         E allora fallo tu. Fallo per lui. Lui non lo sa perché non vuoi fare l’amore. Chissà cosa pensa!

-         Lo farò… - sussurrò il rossino, asciugandosi le guance.

-         Bravo. – approvò Yohei – resti qua a dormire?

Hanamichi soppesò la proposta. Se ci fosse stato Yohei avrebbe dormito… sì, certo, ce l’avrebbe fatta! Si sarebbe addormentato felice e se avesse avuto degli incubi gli sarebbe bastato voltare lo sguardo per trovare il suo migliore amico e riaddormentarsi contento e tranquillo.

Annuì con un sorriso sollevato e Yohei andò ad avvisare la propria madre.

 

-         Non credi che dovresti svegliare anche lui? – chiese la madre di Yohei al figlio – In fondo fa molte assenze…

Il ragazzo scosse la testa.

-         In realtà solo ritardi. E poi guardalo! Ha bisogno di dormire. – rispose con un sorriso.

La donna annuì. Si fidava del figlio. Non le aveva mai mentito. Mai, in tutti quegli anni. E poi si vedeva subito che Hanamichi aveva qualcosa che non andava. Doveva aver passato molte notti insonni, per avere quelle occhiaie, quell’espressione stanca… e doveva aver pianto molto per avere gli occhi gonfi e arrossati a quel modo.

Anche lei sapeva del passato del rossino. Era stato Yohei a parlargliene, anni prima, quando il rossino si era messo a piangere per non essere messo a letto da solo, in una stanza sconosciuta, quando l’amico l’aveva invitato a dormire da lui. Era ancora piccolo e non era passato molto più di un anno dall’esperienza della violenza.

E quel rossino le piaceva da morire! Era un ragazzo davvero dolce e carino, con l’anima limpida. Stimolava il suo istinto materno come solo Yohei sapeva fare. Quindi non poteva che farle un enorme piacere averlo con sé.

-         Devo dirgli qualcosa? – domandò al figlio.

Yohei parve riflettere per qualche attimo, prima di scuotere la testa.

-         No, niente. Auguragli un buon risveglio da parte mia. E fallo mangiare! In questi tempi è così nervoso che non mangia mai.

Il ragazzo salutò quindi la madre e uscì di casa. Per una volta Hanamichi poteva anche saltare, specie se ne andava della sua salute. Yohei voleva svegliarlo, quel mattino, ma quando aveva visto il cuscino ancora umido di lacrime e l’espressione finalmente rilassata del rossino, le profonde occhiaie attorno ai suoi occhi, aveva deciso di lasciarlo a letto. Gli aveva lasciato un biglietto, gli sarebbe bastato.

 

-         Hai visto Hana? – gli chiese Rukawa, durante la pausa pranzo.

L’asso dello Shohoku lo fissava ansante. Probabilmente aveva corso per tutta la scuola, cercando il suo ragazzo. Yohei sorrise, notando la sua espressione preoccupata.

-         Oggi è rimasto a casa a dormire. – gli sorrise Yohei, con un sorriso che sperava sembrasse conciliante – Si merita un po’  di sonno.

Rukawa lo osservò corrucciato per qualche attimo, prima di grattarsi un sopracciglio, stranito.

-         Che intendi? – gli domandò.

Yohei si accorse di aver parlato troppo.

“Si merita un po’ di sonno! Ma come posso essere così cretino!” si lapidò mentalmente.

-         Ultimamente non riesce a dormire bene. – le parole gli uscirono dalla bocca senza che se ne rendesse conto.

-         Come mai? – indagò l’altro, preoccupato.

Lui non se n’era accorto.

-         Non saprei… - mentì Yohei.

Il volpino annuì, salutò con un cenno del capo e fece per andarsene, quando ci ripensò e si voltò, con uno sguardo combattuto.

-         Tu… sai mica se ha qualche… problema? – gli chiese, titubante.

Yohei lo osservò per qualche secondo.

Poteva dirgli la verità.

Rukawa non avrebbe più fatto avances ad Hana e Hana sarebbe stato meglio, fino a riuscire a fare l’amore.

Ma non sarebbe stato giusto. Non era compito suo. Non poteva intromettersi nella vita del suo migliore amico.

-         Non è a me che devi chiederlo, Rukawa. – gli rispose.

Ma non poté fare a meno di lanciargli un’occhiata significativa.

Kaede capì.

“Chiedilo a lui”

 

-         Buongiorno!

Il saluto gioioso della madre di Yohei colse impreparato il rossino, che stava scendendo le scale strofinandosi un occhio con una mano, ancora assonnato.

-         ‘Giorno… - mugugnò, con la voce impastata dal sonno – Che ore sono?

-         Credo che sia all’incirca l’una e mezza. – rispose la donna con un sorriso rassicurante.

Hanamichi spalancò gli occhi, incredulo.

-         Cosa?! – gridò, quasi – Ma… Yohei non mi ha svegliato?!

-         Ha detto di lasciarti dormire… ti stanno già sparendo le occhiaie. – osservò la donna.

-         Kami… - mormorò il rossino.

-         Su, su… non hai fatto molte assenze, no? Vieni, dovrai pure mangiare! – lo invitò la donna, senza badare al fatto che Hanamichi fosse ancora in pigiama.

Il rossino annuì. Dopotutto non poteva farci niente… e poi non era colpa sua…

Si sedette al tavolo di cucina, dove era apparecchiato per due persone – il padre di Yohei doveva essere al lavoro – e la donna gli servì una scodella di riso. Cominciarono a mangiare in silenzio, immersi nella tranquillità della stanza, fino a che la donna non gli chiese:

-         Allora… cosa c’è che non va?

-         Co… cosa? – balbettò Hanamichi.

-         È qualcosa con Rukawa, vero? – continuò la donna.

Hanamichi arrossì furiosamente.

-         Non riesci a fare l’amore con lui, non è così? – indagò la donna, con voce dolce e carezzevole.

Il rossino abbassò lo sguardo. Yohei l’avrebbe ucciso!

-         Guarda che non me l’ha detto Yohei, ci sono arrivata da sola. – lo avvertì – è normale.

-         Mh. – mugugnò il ragazzo, senza osare alzare il volto.

-         Sai, io avevo un’amica che è stata violentata. All’epoca però aveva già quattordici anni. – cominciò a raccontargli, con tono leggero.

Hanamichi alzò lo sguardo.

-         Dov’è adesso? – domandò.

-         Abita poco lontano da qui. È sposata e ha due figli. – rispose la donna.

-         Come ha fatto a… voglio dire…

-         Fiducia. Aveva fiducia in suo marito. – rispose la donna – e tanto tempo e pazienza.

Continuarono a mangiare in silenzio.

Hanamichi continuava a rimuginare su quello che gli aveva detto la madre di Yohei.

Lui aveva fiducia nel volpino! Assolutamente!

Tempo e pazienza… maledizione, erano passati sette anni!

Che cosa lo frenava ancora?

La paura… ma di che cosa?

Non del volpino, di sicuro.

E allora? Di cosa?

Del dolore?

“Sai benissimo che non voglio farti del male e che starei attento!”

Di che cosa?

Di quell’uomo? Ma adesso era in carcere e non poteva fargli niente!

Di che cosa aveva paura?

 

Hanamichi entrò in palestra trasandato e sudato, scusandosi per il ritardo e correndo subito a cambiarsi.

Non poteva saltare gli allenamenti!

-         Hai una scusa per questo ritardo? – gli ringhiò il gorilla, furente.

-         Ehm… veramente no… - tartagliò il rossino, indietreggiando di fronte al capitano.

-         E ALLORA CORRI AD ALLENARTI!!! – gli urlò questo, indicando i compagni di squadra che si passavano la palla correndo.

Il rossino annuì velocemente e corse ad unirsi a loro, felice di aver evitato un gorilla-punch.

 

-         Perché oggi non c’eri? – gli chiese Kaede.

-         Avevo sonno. – rispose Hanamichi, con un sorriso rilassato – Ti sono mancato, volpaccia?

-         Nh… - mugugnò “la volpaccia”, voltando la testa.

Hanamichi sorrise. Era un sì.

Stavano andando a casa di Kaede, come facevano sempre dopo gli allenamenti.

-         Ho parlato con Mito, oggi… - cominciò Rukawa.

Il rossino trattene il respiro, improvvisamente.

L’aveva fatto?! Yohei gli aveva detto tutto?!

-         Mi ha detto che avevi bisogno di dormire perché ultimamente non ci riesci. – continuò.

Gli strinse una mano, doveva sentirlo vicino, non voleva menzogne.

-         Dimmi, c’è qualche problema? – gli chiese, con tono preoccupato.

Il rossino sospirò.

Doveva dirglielo. Era il momento. Era stato lui a chiederglielo, no? E allora…

-         No, niente… sarà un po’ di stress per lo studio, niente di che! – rispose con un sorriso, rispondendo alla stretta della sua volpe.

Rukawa annuì in segno d’assenso. Eppure sapeva che c’era qualcosa che non andava… doveva esserci! Ma cosa poteva fare se il suo Hana non voleva confidarsi con lui?

-         Perché non ti confidi con me? – la domanda del volpino gli uscì dalle labbra senza che se ne rendesse conto, in un soffio malinconico.

Il rossino si gelò totalmente per qualche attimo. Il suo cuore perse un battito, prima di ricominciare la sua corsa forsennatamente.

-         Ma che dici, Kae? – sorrise, stringendogli la mano, sperando che la propria non stesse tremando – Io con te mi confido.

Kaede sospirò. Non si fidava di lui? Era quella la risposta? Il problema di Hanamichi? Il rossino pensava quindi di non essere amato o aveva paura del dolore che gli avrebbe provocato facendo l’amore o che avrebbe spifferato i suoi segreti? Che cosa poteva temere?

Il moro decise di non indagare oltre. Avrebbero finito per litigare o per chiudersi in un irritato silenzio.

Sorrise, pensando all’adorabile broncio di Hanamichi quando si offendeva. Arricciava le labbra e lo guardava storto con la coda nell’occhio, cercando di non farsi notare mentre gli lanciava delle occhiate per capire che cosa stesse facendo.

Era così bello, il suo Hana. Bello e dolce.

“Ed eccitante…” non poté impedire alla sua mente di pensare, mentre faceva scivolare inavvertitamente lo sguardo sul corpo del proprio ragazzo.

Scosse la testa. Non poteva pensare al corpo di Hanamichi, alle sue forme, alla sua consistenza, al suo sapore, alla morbidezza della sua pelle… non doveva pensarci assolutamente!!! Non erano passate nemmeno ventiquattro ore da quando gli aveva promesso di lasciargli altro tempo prima di provarci di nuovo. E altro tempo gli avrebbe dato!

I pensieri di Kaede furono interrotti dal sospiro lieve di Hanamichi, accanto a sé, che fissava il suolo con sguardo assente. Kaede sorrise, senza potersi trattenere dal farlo. Era carino, così, il suo Hana, con la sciarpa di lana color crema che gli copriva il collo e parte del volto e le guance leggermente arrossate per il freddo.

Il moro si guardò velocemente intorno e, constatata l’assenza di altre persone, mise una mano dietro la nuca del rossino, accarezzandogli dolcemente i capelli, tirandolo verso di sé, posandogli un lieve e umido bacio sulle labbra, prima di separarsi velocemente da lui con un sorriso, coprendogli la bocca con la sciarpa.

Si beò per qualche attimo l’espressione stupita di Hanamichi, i suoi occhi spalancati e le guance che gli si imporporavano.

Continuarono a camminare verso la casa del moro in silenzio, ognuno perso nei propri pensieri, fino a che non giunsero a destinazione. Appena in casa Hanamichi mollò il proprio borsone nell’ingresso, andando subito a sedersi – anzi, a spaparanzarsi – sul divano, accendendo la televisione. Il moro lo raggiunse immediatamente e, non appena si fu seduto, si ritrovò appiccicato ad un do’aho in vena di abbracci che gli strusciava il viso contro il petto.

-         Do’aho… sembri un gatto che fa le fusa… - commentò Rukawa, alzando una mano ad accarezzargli i capelli.

Il rossino gli lanciò un’occhiata furbesca, strusciandosi contro quella mano, prima di alzarsi un poco fino ad avere il viso all’altezza di quello dell’altro.

-         Miao. – miagolò, sporgendo il capo per farsi baciare.

Immediatamente Kaede accettò l’invito, incollando le proprie labbra a quelle del suo ragazzo.

“Miao” gli aveva fatto, quel do’aho. Miao! Cioè, lui passava nottate a sognarselo con le orecchie da gatto tutto fuseggiante e con una coda morbida e quello gli faceva “Miao”! Ma lo stava invitando a stuprarlo o cosa?! (Ehilà, mamma-figlia Naikuccia! Com’è che non posso evitare di plagiarvi senza volere, maledizione a me?! scusatemi! ç_ç)

Affondò la propria lingua nella bocca dell’altro, che gemette, reclinando il capo, appoggiandoglisi contro e allacciandogli le braccia al collo.

Rukawa era allo stremo.

Quel gemito era uscito dalle labbra del suo amante, si era perso nella sua bocca… un gemito…

E adesso il corpo di Hanamichi era premuto contro il suo, poteva avvertirne le forme e il calore… tanto calore…

Si staccò controvoglia da lui, dal suo rossino che adesso lo guardava con disappunto.

-         Hana… se non vuoi fare l’amore con me, allora evita di provocarmi. – gli disse, serio, accarezzandogli delicatamente una guancia.

Il rossino avvampò completamente e nascose il volto nell’incavo della spalla dell’altro.

-         Possiamo… provare… - mormorò Hanamichi.

Il cuore di Kaede perse un battito.

Staccò immediatamente il rossino da sé, per poterlo guardare negli occhi e Hanamichi abbassò il volto, imbarazzato.

-         Cosa hai detto? – sussurrò Kaede, incredulo.

Il rossino sospirò, prima di ripetere.

-         Possiamo provare a… a fare l’amore… - mormorò Hanamichi.

-         Sei… sicuro? – Kaede non poteva crederci.

Hana… suo. Finalmente. Per sempre.

-         Non voglio farti aspettare ancora… io ti amo. E mi fido di te. – si spiegò il rossino.

Finalmente Hanamichi alzò il volto, puntando due occhioni imploranti in quelli dell’altro.

-         Spazza via le mie paure, Kaede… - lo scongiurò, affondando di nuovo il volto nell’incavo della sua spalla.

Il moro si prese qualche attimo per poter ricominciare a respirare normalmente.

Poteva averlo. Hanamichi gli si concedeva. Gli concedeva la sua luce, il suo calore, la sua innocenza, il suo corpo, il corpo che sognava tutte le notti e desiderava da molto, molto tempo…

Sì, l’avrebbe preso, finalmente. Avrebbe fatto l’amore con lui. Avrebbe impresso il proprio marchio dentro quel corpo e tutti l’avrebbero saputo, che era suo, solo suo, che nessuno poteva strapparglielo, portarglielo via… nessuno avrebbe mai più potuto toccarlo, perché sarebbe stato suo, nel cuore e nel corpo, solo suo, suo, suo…

Finalmente avrebbe potuto sprofondare nel suo calore, immergersi nei meandri della sua dolcezza, della sua anima… e Hanamichi l’avrebbe accolto in sé, come una casa, con un sorriso e tanti gemiti d’accoglienza…

Gli fece alzare il volto e lo baciò. Più volte, dolcemente, senza violarlo con la lingua, no… voleva solo dolcezza, in quel momento. Non passione. La passione poteva spaventare il suo rossino innocente. E lui non voleva spaventarlo.

Ben presto fu Hanamichi a cercarlo, incerto e Rukawa lo accontentò, allungando la lingua e affondandola nella bocca dell’altro.

-         Andiamo in camera mia. – gli sussurrò, accarezzandogli una guancia.

Hanamichi annuì velocemente, senza osare alzare gli occhi dal pavimento. A Rukawa luccicarono gli occhi. Com’era il suo do’aho, mentre faceva l’amore? Mentre veniva posseduto? Era stretto? Caldo? Com’era la sua voce? Diventava flebile, acuta o roca? E la sua pelle? Si sarebbe imperlata velocemente di sudore? E i suoi occhi? Sarebbero diventati lucidi? Avrebbe pianto mentre lo penetrava? Gli avrebbe stretto le braccia attorno alle spalle, nascondendo il volto nel suo collo, cercando conforto? O si sarebbe morso una mano, fingendo di non sentire nemmeno un po’ di dolore?

Come sarebbe stato Hana mentre faceva l’amore? Un piccolo do’aho innocente… già se lo vedeva, sdraiato sul letto, tutto rosso e tremante, eppure eccitato e docile.

Lo aiutò ad alzarsi dal divano, porgendogli una mano. E quella mano fu afferrata immediatamente e mai lasciata, per tutto il tragitto fino alla camera del moro. Al rossino parvero chilometri. Oddio, aveva accettato… aveva detto di sì a Kaede… non si poteva più tirare indietro… sospirò, mentre Kaede apriva la porta della sua camera.

Entrarono.

La porta si chiuse alle loro spalle.

Hanamichi chiuse gli occhi.

-         Ehi… - la voce carezzevole di Kaede lo riscosse

Il suo fiato caldo sul volto.

Avvertì le labbra del volpino che gli baciavano piano una gota ed aprì gli occhi.

Gli strinse le spalle con forza, premendosi contro di lui. Non era ancora pronto. Lo shock non era ancora stato superato. Lo sapeva benissimo. Aveva una paura terribile. Ma amava Kaede. E gliel’ avrebbe dimostrato.

-         Sei nervoso? – gli chiese il moro, soffiandogli quelle parole direttamente nel padiglione auricolare.

Hanamichi annuì.

-         Hai paura? – chiese ancora Kaede, accarezzandogli la schiena.

-         Un po’. – mormorò incerto il rossino, prima di staccarsi da lui, per poterlo guardare negli occhi – Ma mi fido di te.

Il moro lo fissò negli occhi per qualche secondo. Quegli occhi rilucevano di amore e fiducia? E lui sarebbe stato in grado di meritarseli? Premette di nuovo le sue labbra su quelle dell’altro, che sospirò, stringendolo forte.

Rukawa indietreggiò lentamente, mente ancora lo baciava, fino a trovarsi davanti al letto. Vi si lasciò ricadere, portandosi dietro il rossino.

Uno sopra l’altro. Sul letto. Rukawa poteva sentire sotto di sé le coperte fresche e sopra di sé… Hanamichi.

Lo spinse di lato, salendogli a cavalcioni sulle anche per poterlo osservare.

Osservare quel bel volto.

-         Non avere paura. – gli sussurrò, notando il dubbio e il timore negli occhi del rossino – Non ti farò del male… farò di tutto per farti provare il meno dolore possibile.

Hanamichi annuì in fretta, voltando il capo per non dover guardare quegli occhi scuri, rilucenti di passione per lui.

Rukawa sorrise, notando il suo gesto. Era davvero timido, il suo do’aho!

-         Sei tutto rosso… - lo punzecchiò, abbassandosi fino a sfiorare il suo viso con le labbra – Non devi vergognarti…

-         Non… non mi vergogno… - pigolò Hanamichi, evitando lo sguardo dell’altro.

-         Ah, non ti vergogni, eh? – sussurrò Rukawa, divertito.

Passò la punta dell’indice sul collo di Hanamichi, accarezzandolo lentamente, arrivando poi allo scollo della maglia.

-         Hai una pelle davvero morbida, Hana… ha un buon sapore… qual è il tuo segreto? – gli chiese, ironico, imitando un giornalista che intervista un famoso modello.

Dopotutto il suo do’aho era così bello che il modello poteva anche farlo.

Hanamichi sorrise, prima di azzardarsi a guardarlo e rispondere.

-         Crema di volpe… mai provata? – rispose, fissandolo negli occhi.

-         No… ma è una marca che non mi è nuova… - mormorò il volpino, chinandosi a depositargli un lieve bacio sul mento.

-         Sei l’ingrediente principale… - disse Hanamichi, alzando una mano ad accarezzargli i capelli.

-         Ah, davvero? – ridacchiò il volpino, abbassandosi a mordicchiare il lobo dell’orecchio del suo do’aho, che gemette, sussultando, sorpreso.

Il rossino non rispose, limitandosi a stringere con più forza le ciocche nere di Kaede, che continuava a seviziargli impunemente l’orecchio e il collo.

Era strano. Quell’uomo l’aveva tenuto prigioniero per settimane, violentandolo così tante volte che aveva perso il conto. Eppure non aveva mai provato niente del genere. Era la prima volta che qualcuno lo leccava in quel modo, una lingua umida che trasmette non solo passione, ma anche affetto, con i suoi movimenti lenti e delicati.

Stava bene, tra le braccia della sua volpe. La paura lo stava abbandonando lentamente… sì, scivolava via… lontano…

-         Sai, kitsune… - mormorò, con voce carica di malizia – è strano…

-         Che cosa? – chiese il volpino, sorpreso per il tono che il  suo rossino aveva usato, alzandosi per guardarlo negli occhi.

-         Pensavo che l’amore si facesse nudi… - sussurrò Hanamichi, un sorriso dolce sulle labbra.

Il volpino lo osservò sorpreso. Non pensava che Hanamichi potesse tirar fuori tanta malizia!

-         Se hai ancora tutti i tuoi vestiti – disse, il volpino – era per evitare di violentarti.

Gli occhi del rossino si sbarrarono.

Cosa aveva detto, la volpe?

-         Ma possiamo rimediare subito. – sussurrò suadente Kaede, mettendosi di nuovo seduto e cominciando ad alzare i lembi della maglia del rossino.

Ma Hanamichi non era più tanto sicuro di volerlo fare.

Non dopo quelle parole.

“… era per evitare di violentarti”

“… violentarti”

 

“Sai cosa succede adesso, bel bambino?” sì, era quello che gli aveva detto quell’uomo prima di… prima di…

 

-         Hana…? – lo chiamò Kaede, notando l’espressione sgomenta e impaurita del proprio ragazzo e il modo in cui aveva cominciato a tremare.

Il rossino alzò un braccio e lo colpì.

Un pugno alla mascella, che fece ricadere sulle coperte il moro, con un gemito di dolore.

-         Ite… - si lamentò il moro, massaggiandosi la guancia. Perdeva sangue da un labbro. Ma era impazzito, quel do’aho?! Poteva spaccargli la mascella!!! – Che diavolo ti ha preso, do’aho?!

Ma Hanamichi non rispose.

Gli lanciò un’ultima occhiata, colma di terrore e si alzò dal letto, velocemente.

-         Io… io vado… - mormorò, facendo per uscire dalla stanza.

Ma Kaede non era affatto d’accordo. Si alzò dal letto anche lui, gli afferrò un polso per fermarlo e lo sbatté contro la parete.

-         Eh, no, do’aho! Adesso mi spieghi perché mi hai dato un pugno! Che cavolo è successo?! Stava andando tutto bene, mi pare! – ringhiò il moretto, immobilizzandolo col peso del proprio corpo.

-         No… Kaede… davvero… per favore… - mormorava il rossino, tremante come una foglia.

-         “No Kaede” un cazzo! Voglio delle spiegazioni! Ne ho diritto, Hana! – urlò Kaede, sull’orlo di una crisi di nervi.

-         Mi… scusami… devo andare… ti prego… - sussurrò Hanamichi, ricacciando indietro le lacrime che stavano cominciando ad affacciarsi ai suoi occhi.

Gli faceva paura, Kaede. Non era più il volpino dolce e gentile di poco prima. Era il Rukawa arrabbiato per essere stato rifiutato per quattro mesi senza una sola motivazione.

Il rossino deglutì, cercando le parole. Cosa poteva dirgli? Aveva pienamente ragione. Era solo una battuta, quella di poco prima… e lui gli aveva tirato un pugno che poteva rischiare di staccargli la testa dal collo. Gli faceva male… aveva dato un pugno a Kaede. Un pugno vero. Non gliene aveva mai tirato uno tanto forte, nemmeno quando non aveva ancora accettato i suoi sentimenti per lui. E l’aveva fatto adesso, quando stavano per fare l’amore!

-         Non senza una spiegazione. – disse Rukawa, glaciale.

Hanamichi alzò il capo sorpreso, guardandolo negli occhi. Ed ebbe paura.

-         Kitsune, mi dispiace, davvero… ma… - tentò di spiegargli, di scusarsi, ma senza risultati.

Gli occhi del suo amato volpino rimanevano due pozzi colmi di rabbia, freddezza e… desiderio.

-         “Ma” che cosa? – sibilò il moro, stringendogli i polsi con forza fino a farlo guaire e sussultare dal dolore – Sono stufo di tutto questo… ti offri e ti rifiuti, poi accetti e mi rifiuti di nuovo… esigo una spiegazione, perché non capisco proprio!

-         Scusami, io… Kaede… ti amo… tanto… tantissimo… ma quello… io non… - balbettava il rossino, tremante e spaventato.

Ma non erano solo Rukawa e i suoi modi a spaventarlo o il fatto che in quello stato – il sesso teso che gli premeva su una coscia – potesse arrivare perfino a violentarlo.

Era la paura che Kaede lo lasciasse.

-         Basta… - sussurrò il moro, lasciandogli andare i polsi, lentamente – Sono stanco… vattene. Vai a casa.

-         Kaede…? – mormorò Hanamichi.

Aveva fin troppo chiaro il senso delle parole. Se fosse uscito da quella casa… non ci sarebbe mai più entrato.

-         Vattene, do’aho. – scandì lentamente il moro – Non ce la faccio più, con le tue scuse… se non riesci a fidarti di me vuol dire che fra noi non c’è mai stato niente.

Il rossino lo osservò per qualche istante.

Era finita.

Era finita.

Kaede non lo voleva più.

-         Kaede… - ansimò, sentendo le lacrime calde che gli si affacciavano agli occhi – Ti prego…

-         Vattene. – ripeté l’altro, lanciandogli un’occhiata gelida.

Il rossino uscì lentamente, dalla stanza.

Appena varcata la soglia sentì una lacrima che gli scendeva sulla guancia.

E poi un’altra.

E un’altra.

E un’altra ancora.

Tante piccole gocce di dolore che gli scendevano calde lungo il viso, che lo accarezzavano, dolcemente… prima di lasciarlo.

 

-         Hana, che è successo?!

Mito non riusciva a crederci. Hanamichi, a casa sua. Alle otto di sera.

Bagnato fradicio di pioggia e di lacrime.

Singhiozzava, passandosi una mano sul volto.

-         Mi ha lasciato… - singhiozzò Hanamichi, gettando le braccia al collo dell’amico, prendendo a piangere sulla sua spalla – Non ce l’ho fatta a dirglielo… e mi ha lasciato!

-         Hana… - mormorò Yohei, accarezzandogli i capelli e la schiena.

Era inevitabile. Se solo Hanamichi glielo avesse detto… ma non aveva avuto la forza di farlo. Ed era rimasto solo.

-         Vieni dentro. – lo accolse, facendosi da parte per farlo entrare.

-         Tesoro! Dio, che ti è successo? – esclamò la madre di Yohei, vedendo in che stato si era ridotto il rossino.

Ma il figlio le fece cenno di no con la testa e lei capì, ricacciando indietro dubbi e domande. Non era il momento. Adesso era il momento di consolare quel ragazzo col cuore distrutto e l’animo a pezzi.

 

Rukawa era depresso. No, depresso era un termine riduttivo. Per l’ennesima volta si passò le mani tra i capelli, sospirando angosciato, chiedendosi che cavolo aveva fatto. L’aveva lasciato… e per cosa? Perché si rifiutava di fare l’amore… perché aveva paura.

L’aveva punito per la sua sensibilità e per i suoi timori. Gli aveva fatto del male per ripicca, solo per fargliene provare, perché lui lo sentiva ogni volta che Hanamichi lo respingeva. Lo aveva ferito profondamente, aveva letto la morte in quegli occhi color cioccolato, aveva sentito i suoni del suo pianto mentre usciva da casa sua.

Voleva scusarsi. Voleva implorare perdono, anche inginocchiandosi a terra. Non sarebbe stato nulla, per riaverlo di nuovo tra le braccia, il suo dolce do’aho, quella tenera scimmietta, con quel suo adorabile broncio e il carattere infantile.

Ma non lo vedeva. Lo aveva cercato a casa. Vuota.

A scuola non veniva più.

Erano due giorni che il suo Hanamichi si assentava. E lui… non c’era altra scelta. Avrebbe dovuto chiedere a Mito.

Ma Mito era assente anche lui!

Imprecò.

Poi lo vide varcare i cancelli della scuola. Yohei Mito. Il migliore amico di Hanamichi.

Lo vide. E vide anche lo sguardo carico d’odio che questo gli rivolse. Ecco dov’era Hanamichi…

-         Mito… - lo chiamò, avvicinandosi a lui quasi di corsa – Dov’è Hanamichi?

L’altro lo fissò senza aprire bocca.

-         Devo saperlo… - mormorò, angosciato.

E alla fine capì quello che l’altro voleva.

-         Ti prego… - disse, abbassando il volto.

-         Vieni. – disse finalmente Yohei, facendo un cenno verso le scale antincendio.

Una volta arrivati gli fece cenno di sedersi e sospirò, prima di cominciare.

-         Che cosa sai dell’infanzia di Hanamichi? – gli domandò.

-         È stato adottato. – sussurrò Kaede.

-         Mh. E prima? – continuò Yohei.

Kaede scosse la testa.

-         Hanamichi è stato rapito, quando aveva otto anni. Da uno psicopatico. Un maniaco. È rimasto chiuso nella stessa stanza per circa due settimane, prima di essere liberato dalla polizia. E sai quello che è successo in queste due settimane? – domandò Yohei.

Non voleva essere gentile. Non voleva avere tatto. Rukawa aveva ferito quello che era quasi suo fratello. Non si meritava garbo o sensibilità. Meritava che la lama della verità lo tagliasse a fondo.

Nessuna risposta dal volpino.

“… è per evitare di violentarti”… non era possibile, no…

-         Ha paura di fare l’amore… puoi anche fare uno sforzo, Rukawa. – lo canzonò, ironico.

Nessuna risposta.

-         Dillo. – ordinò Yohei, duro.

-         È stato… - bisbigliò Kaede, incredulo. Non ce la faceva, a dirlo. Deglutì un paio di volte – è stato violentato.

Quando Mito annuì a Kaede cadde il mondo addosso.

-         Voleva dirtelo. Ma non ce la faceva. Che cosa provi per lui? – gli chiese, improvvisamente.

-         Lo amo… - sussurrò Kaede.

-         Hai idea di come si sia sentito Hanamichi in questi due giorni?

Kaede annuì, pieno di sensi di colpa.

-         Vuoi tornare con lui?

Un altro cenno d’assenso dal volpino.

-         Sai già come rimediare? – gli chiese ancora Yohei.

-         No… ma farò di tutto per renderlo felice. – disse, sicuro.

L’altro lo guardò negli occhi, per qualche secondo, prima di sorridere soddisfatto.

-         Allora direi che le lezioni potrebbero anche saltare.

 

Hanamichi si soffiò il naso rumorosamente, asciugandosi le lacrime sulla manica del pigiama.

Voleva smettere di piangere, voleva tanto, sul serio… ma non ci riusciva. Non poteva riuscirci.

Sentì altre lacrime solcargli le guance. I due giorni prima aveva avuto Yohei, accanto a sé, ma adesso… adesso era completamente solo.

Ma non aveva più paura di quell’uomo. Non temeva più il maniaco che lo aveva violentato, non lo vedeva più nei suoi sogni. Adesso vedeva Kaede, solo Kaede.

Che l’aveva abbandonato. L’aveva lasciato. Ed era stata solo colpa sua.

Sentì la porta d’ingresso che sbatteva. Chi era? Il padre o la madre di Yohei?

Sentì dei passi che salivano le scale, verso la camera di Yohei, dove lui dormiva… doveva essere la madre di Yohei, perché solo lei avrebbe avuto il coraggio di andarlo a consolare…

Eppure quei passi… non sembravano affatto quelli di una donna.

-         Hana? – lo chiamò Yohei.

-         Che ci fai, qui? – gli chiese il rossino, con la voce ancora rotta dal pianto.

-         Posso entrare?

-         Certo che… ma…

La porta si aprì.

Ma non fu Yohei ad entrare. Fu Kaede. Il suo volpino. Il suo dolce volpacchiotto, che adesso lo guardava, con delle profonde occhiaie che lo segnavano, come se nemmeno lui fosse riuscito a dormire quelle due notti.

-         Kaede… - bisbigliò il rossino, incredulo.

-         Scusami, Hana… - sussurrò Kaede, con voce quasi implorante – perdonami. Ti amo.

Il cuore del rossino perse un battito. Il suo Kaede lo amava ancora. Il suo Kaede lo voleva ancora, nonostante tutto.

Non si era nemmeno accorto del fatto che Mito avesse sorriso, chiudendosi la porta alle spalle, lasciando un po’ di privacy ai due.

-         Davvero? – mormorò Hanamichi, ricominciando a piangere, senza potersi fermare.

Era così tanto, il sollievo. Kaede lo amava ancora, nonostante tutto.

Immediatamente il moro fu accanto a lui, pronto a bere le sue lacrime, a cibarsi del suo dolore, a sconfiggere la tristezza e l’inquietudine… per sempre.

-         Ti amo… - ripeté il moro – ti lascerò tutto il tempo che vuoi. Te lo giuro. Mito mi ha raccontato tutto.

Sapeva che al rossino non avrebbe fatto piacere questo. Ma non era giusto tenerglielo nascosto.

-         Oddio, Kaede…

Il rossino strinse le braccia attorno al collo del moro, affondandovi il volto.

-         Non volevo che lo sapessi… - mormorò, affranto.

-         Non è mica una colpa… - lo rassicurò Kaede, accarezzandogli i capelli – avresti dovuto dirmelo perché così ti avrei capito e non ti avrei ferito…

-         Non è colpa tua! – saltò su immediatamente il rossino – Non è colpa tua!

-         Sì, invece. – lo contraddisse il moro, posandogli un dito sulle labbra – dovevo capire… e se anche non ti fosse successo nulla, avrei dovuto aspettare comunque. Non è giusto che tu faccia qualcosa per cui non ti senti ancora pronto.

Hanamichi si appoggiò contro di lui, contro il suo petto caldo, inspirandone a fondo il profumo.

-         Non lasciarmi più, ti prego… - lo scongiurò, aggrappandosi a lui.

-         Mai più. – lo rassicurò il moro, ricambiando la stretta.

 

Era sera, a casa Rukawa. Hanamichi si era trasferito da Kaede, per non stare solo né infastidire ulteriormente i genitori di Yohei, nonostante questi fossero più che felici di averlo in casa.

-         Ti preparo un bagno? – chiese Kaede ad Hanamichi, che stava sistemando i propri vestiti dentro l’armadio.

-         No, l’ho fatto da Yohei. – gli rispose il rossino, sorridendo della sua premura.

-         Potrei diventare geloso. – commentò l’altro, abbracciandolo da dietro.

-         Kae… la sai una cosa? – sussurrò Hanamichi, il volto in fiamme.

-         Dimmi. – disse Kaede, stringendolo forte e inspirando il profumo dei suoi capelli.

-         Non ho più paura di fare l’amore.

Il moro rimase attonito per qualche secondo, prima di riuscire a collegare quelle parole al loro significato.

Fece voltare lentamente il rossino, per guardarlo negli occhi.

Erano sinceri. Sicuri. Anche se quelle guance erano in fiamme… quel sorriso e quegli occhi erano sinceri e sicuri.

-         Sei sicuro? – gli chiese.

Il rossino annuì.

-         Non devi sforzarti… posso aspettare per tutto il tempo che vuoi…

-         Lo so. – annuì il rossino, serio – è per questo che voglio farlo adesso.

Kaede capì, sorridendo e lo strinse a sé.

-         Ti amo, Hana… - gli sussurrò all’orecchio e Hanamichi gli strinse le braccia attorno alla vita, beandosi del calore di quell’abbraccio.

-         Anch’io… tantissimo. Da morire. – sospirò il rossino.

 

Il letto era freddo. Entrambi rabbrividirono, entrando a contatto con le coperte e si strinsero l’un l’altro. Si capirono con uno sguardo e si sorrisero, divertiti. Nessuna paura.

Il moro passò le proprie mani sul petto di Hanamichi lo studiò. Notò che, sulla schiena e poco sotto un capezzolo aveva delle cicatrici che sembravano provocate da un coltello. Non gli avrebbe chiesto niente.

Lo leccò ovunque. Assaggiò la sua pelle, una scoperta meravigliosa.

Si beò dei suoi gemiti, sei suoi ansimi, delle sue mani che gli accarezzavano i capelli e, titubanti, la schiena e le braccia, di quegli occhi che splendevano di passione e amore e di fiducia incondizionata, di quei capelli che facevano uno strano contrasto sulla federa candida del suo cuscino. Si beò del neo che il suo rossino aveva su una coscia, piccolo e rotondo, di una goccia di sudore che gli scese lungo una tempia e che si portò via con una lappata veloce.

Si beò delle sue guance imporporate e dei suoi capezzoli duri e piccoli – gli piaceva giocarci, con le dita e con i denti, passarci sopra con la lingua – delle sue labbra gonfie e della solidità morbida del suo torace e del suo addome, delle sue gambe che gli si stringevano attorno.

Per prepararlo impiegò un tempo infinito e una buona dose di vaselina e delicatezza.

Quando Kaede insinuò piano il primo dito dentro di lui, Hanamichi sussultò, dolore e paura che si mischiavano. Il moro era stato indeciso. Forse era meglio fermarsi. Ma era stato il rossino che l’aveva stretto a sé, affondando il capo nell’incavo della sua spalla, implorandolo di chiamarlo per nome e di dirgli che lo amava. Al secondo dito il suo rossino aveva perso qualche lacrima… ma l’aveva rassicurato con un sorriso e un “Mi fido di te” sussurrato sulle labbra.

E aveva continuato a prepararlo anche quando Hanamichi aveva cominciato a spingersi verso le sue dita. Aveva continuato anche quando il rossino aveva cominciato a implorarlo di prenderlo. Aveva poi dovuto smettere quando quel do’aho lo aveva minacciato di morte.

Affondare nel suo calore era stato meraviglioso e guardarlo negli occhi mentre lo faceva, lo era stato ancora di più. Asciugare le sue lacrime con le labbra era stato doloroso, ma spingersi dentro di lui sentendolo gemere era stato splendido.

Il mondo si muoveva attorno a loro, mentre Rukawa spingeva dentro di lui, con forza, cercandolo, trovandolo ogni volta, e Hanamichi lo abbracciava, urlava al mondo che per lui non c’era altro se non quell’estasi.

Il pezzetto di paradiso che avevano trovato, lì, tra le pieghe di quelle lenzuola.

E Kaede era venuto dentro di lui e Hanamichi su entrambi.

Ed erano ricaduti esausti tra le lenzuola, non più fredde e asciutte, ma umide e calde.

E si erano addormentati l’uno tra le braccia dell’altro, con un bacio dolce e un “Ti amo” vero.

Una promessa eterna

 

Owari

 

Gyh: ma che mi sono messa a scrivere?! Ma è melassoso! È banale! Fa schifo!

Ru: un po’ come tutto quello che scrivi… soprattutto la lemon è penosa. Neanche un frustino…

Hana: ma perché devo essere violentato sempre?! ç__ç

Gyh: perché sono sadica. ^_^

Ru: … concordo.

Hana: ç__ç