The Guardian Devil

 

Parte IV - The Hound

 

di CryForTheMoon

 




La bestia annusò l’aria, sentiva il flebile odore dell’incantesimo spargersi nella via come la fragranza di un mazzo di fiori. Si leccò il naso con la lingua ruvida e aspirò di nuovo. Questa volta colse la direzione da cui proveniva il profumo e avanzò trotterellando verso la piccola chiesa. La gente si scostava ai lati del marciapiede al suo passaggio, lasciandogli libero il percorso. In effetti, la sua figura muscolosa e tozza incuteva timore e il muso un po’ schiacciato spaventava per l’intensità di quegli occhi gialli che sovrastavano la bocca zannuta.
“Siete tutti pronti?” chiese Gabriel afferrando il borsone.
“Sì, andiamo.” Padre Derek aprì la porta del retro della canonica e uscì tenendo in braccio il Bambino, seguito da suor Theresè.
“C’è un taxi che ci aspetta. L’autista è fidato e sa dove andare.” Disse Lucifer sbirciando dal corridoio l’entrata della chiesa.
“Che aspetti, Lu? Vieni!” gli gridò Gabriel dalla cucina.
La bestia varcò la soglia della parrocchia e si fermò, osservando nella penombra le panche di legno occupate da qualche vecchietta. Lucifer si irrigidì nel vederlo: era grosso, possente e pauroso.
“Gaby, andate, presto!” l’angelo sentì l’urgenza nella sua voce e si volse a guardare il ragazzo.
“Un segugio di Tindalos ci ha trovato. Devo fermarlo o ci seguirà ovunque.”Si tolse la giacca di pelle in modo da non essere impedito nei movimenti e la buttò su una sedia.
“Lu...” Gabriel sembrava non volersene andare e lasciare da solo il suo nuovo alleato.
Lucifer gli scoccò un’ultima occhiata, soffiandogli un bacio, poi entrò nella chiesa, deciso ad affrontare la belva e a fermarla, a qualunque costo.

I quattro fuggitivi si rifugiarono nel taxi, che partì immediatamente. Gabriel, seduto accanto al guidatore, si volse a guardarlo, incuriosito.
Lei lo salutò amichevolmente, senza staccare gli occhi dalla strada.
“Jezebel?” Esclamò sorpreso l’uomo, fissando la ragazza dai capelli corti, rosso fuoco. “Sì, caro, Lucifer mi ha supplicato di darvi una mano.” Disse lei, cambiando marcia e rallentando dietro la fila di auto ferme al semaforo.
“Ti ha supplicato? Perché, non volevi aiutarlo?”
“Sai, in genere, non stiamo dalla parte dei buoni, ma Luci trova sempre il modo di convincermi.” Ridacchiò Jezebel, con gli occhi luccicanti al ricordo di come era stata convinta.
“Non avevo dubbi.” Borbottò Gabriel, immaginando la scena, poi rivolto agli altri passeggeri, presentò l’autista del taxi.
Suor Theresè sentendo il nome si fece immediatamente il segno della croce, mentre padre Derek fissò il volto della ragazza attraverso il riflesso nello specchietto retrovisore.
“Tu sei la... Meretrice di Babilonia?” azzardò, continuando a fissarla.
“Oh! Sono ancora famosa!” ridacchiò lei, ricambiando lo sguardo.
Il semaforo divenne verde e si mossero, seguendo la colonna di autoveicoli.
“Perché Lucifer non è con voi?” chiese dopo qualche istante.
“Un segugio di Tindalos ci ha trovato” spiegò Gabriel “e lui è rimasto indietro per fermarlo.”
“Brutta faccenda” commentò Jezebel, preoccupata, “speriamo che il piccolo se la cavi.”

Lucifer avanzò a grandi passi lungo la navata principale della chiesa andando incontro alla bestia che ringhiava e sbavava una densa saliva giallastra.
“Voi, uscite! Se volete salva la vita.” Gridò ai pochi fedeli che erano rimasti addossati alle panche, incuriositi dalla presenza dell’animale.
Il segugio scosse di dosso l’illusione che lo aveva fatto assomigliare a un grosso cane e si mostrò per quello che realmente era: un ammasso pulsante di carne e muscoli, zanne ricurve e artigli affilati.
Con un movimento repentino, Lucifer afferrò i due candelabri sull’altare e si avventò con un grido sulla bestia, cercando di coglierla di sorpresa. La colpì con violenza ai lati del muso, spargendo bava e sangue nero sul pavimento. La fiera, mezzo intontita, scrollò la grossa testa e indietreggiò, si raggomitolò su se stessa per poi balzare sul ragazzo. Lucifer non si fece sorprendere, scartò di lato e colpì di nuovo con i candelabri d’ottone, questa volta alla base del cranio, storcendoli irrimediabilmente. L’unico effetto che ottenne fu di rendere ancora più furiosa la bestia che si rivoltò su se stessa e sferrò una zampata poderosa all’avversario. Prese di striscio il petto di Lucifer, strappando maglietta e pelle, lasciando lunghe strie sanguinanti. Il ragazzo gemette di dolore ma non si scoraggiò, anzi, in un impeto di rabbia, si gettò sul segugio afferrandolo per il collo. Rotolarono a terra, uno sull’altro, le zanne si chiusero a pochi centimetri dalla guancia di Lucifer, lasciando cadere sul viso un bolo nauseabondo. Rotolarono ancora, le fauci si chiusero di nuovo e questa volta affondarono nella carne tenera della spalla. Lucifer gridò di dolore, scalciò violentemente, riuscendo a scrollarsi di dosso il segugio. Immediatamente si lanciò sulla bestia, una mano sul muso e l’altra alla base del collo, aprì la bocca e affondò i denti nella gola della belva. Morse fino a quando la pelle non si lacerò, allora affondò ancora di più tranciando di netto la giugulare. La bestia guaiva, impazzita dal dolore, il sangue nero, amaro come il fiele sgorgava a fiotti e invase la bocca di Lucifer; questi non lasciò la presa fino a quando fu sicuro che il mostro era morto. Allentò la presa e il corpo immobile cadde sul pavimento lurido, sputò cercando di liberarsi del fluido immondo e tossendo strisciò a ridosso di una panca di legno. La spalla straziata pulsava dolorosamente, cercò di tamponare la ferita con la mano e di riprendere fiato.
Lo stivale lo schiacciò crudelmente sul pavimento, facendolo gemere di dolore. Lucifer aprì a fatica gli occhi, per vedere a chi appartenesse quello strumento di tortura. Raphael era lì, davanti a lui, sogghignava mentre tracciava un sigillo sulla sua fronte.
“E’ andata meglio di quanto pensassi.” Disse toccando la pelle madida di sudore del diavolo.
Fece cenno agli Amesha che lo servivano di far sparire ogni traccia della lotta e di portare via il prigioniero. Lucifer non reagì, le forze gli mancavano completamente, una bruma rossastra gli oscurava la vista. Chiuse gli occhi e cadde nell’oblio.


Il taxi si fermò sotto un vecchio caseggiato abbandonato alla periferia della città. I passeggeri scesero velocemente ed entrarono da una porta di servizio. Jezebel li guidò giù per le scale, fino alle cantine, ne aprì una e li fece entrare. Le pareti erano ricoperte di simboli magici tracciati in rosso, probabilmente il sangue di qualche povero animale. Derek rabbrividì, riconoscendo gran parte dei graffiti, era una magia molto potente in grado di trasportarli quasi istantaneamente in qualunque parte del mondo.
“Ho bisogno di qualche minuto per preparare il passaggio,” disse Jezebel aprendo il proprio zainetto.
“Bendali, i loro occhi non devono vedere chi abita nel passaggio o perderanno la ragione.” Consegnò a Gabriel delle strisce di tessuto, poi estrasse dalla borsa una decina di candele nere e le dispose in cerchio sul pavimento.
“Derek benda il bambino,” Gabriel gli passò il lembo di stoffa, ne usò un secondo per chiudere gli occhi di suor Theresè.
“Anche tu, non rischiare.” Ordinò l’angelo con un tono che non ammetteva repliche.
Derek si legò di malavoglia la benda sugli occhi, senza proferire parola. Sapeva benissimo cosa avrebbero trovato oltre il portale dimensionale: alcuni libri di magia che aveva letto ne parlavano diffusamente. I pochi che avevano osato guardare avevano perso la ragione ed erano ridotti ad idioti farfuglianti.
Jezebel terminò in fretta il rituale, all’interno del cerchio di candele accese l’aria iniziò a fremere e brillare.
“E’ pronto,” disse compiaciuta della propria opera.
“Derek dammi la mano, Suor Theresè si tenga stretta al suo braccio.” Tenendo il prete vicino a sé, la ragazza varcò l’entrata dimensionale e si trascinò dietro i suoi compagni umani.
Gabriel entrò per ultimo, scomparendo nello scintillio, il pensiero rivolto a Lucifer che lottava per la loro salvezza.

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Lucifer aprì faticosamente gli occhi, l’acuto dolore alla spalla lo colse impreparato. Un gemito gli sfuggì dalle labbra, cercò inutilmente di alzarsi dal letto ma le forze gli vennero meno.
“Non ti agitare, Lu” la voce dolce di Gabriel lo fece sobbalzare dalla sorpresa. “La ferita non è ancora rimarginata.”
Il ragazzo volse il capo verso l’origine della voce, l’angelo stava quietamente seduto accanto al letto e gli sorrideva.
“Gaby...” mormorò con un filo di voce.
“Sono qui.” L’uomo si alzò dalla sedia e si sedette sulla sponda del letto.
“Hai rischiato grosso con quel segugio, ma sei stato bravo, piccolo diavolo.” Gli accarezzò i capelli scarmigliati.
“Non ci seguirà più...” aggiunse fiocamente il ferito.
Gabriel si chinò su di lui.
“No, lo hai fatto a pezzi.” Lo baciò leggermente sulla guancia. Lucifer sospirò, gli occhi umidi, emozionato da quel gesto inaspettato.
“Dove siamo? Non ricordo nulla se non i denti che affondano nella carne.” Chiese, guardandosi attorno.
“Siamo nel rifugio,” rispose l’angelo “non ti preoccupare, non ci troverà nessuno qui.” Aggiunse, cercando di tranquillizzare il ragazzo. Si chinò su di lui sfiorandogli le labbra con le proprie.
“Ho avuto paura per te.” Mormorò l’angelo, lasciandosi andare in un bacio appassionato. A Lucifer sembrò di essere stato ammesso in Paradiso, assaporò il bacio in tutte le sue sfumature. La lingua di Gabriel danzava nella sua bocca, deliziandolo ad ogni tocco, mai aveva provato una tale sensazione di beatitudine. Quando il bacio finì, Lucifer aveva ritrovato la calma e la tranquillità, nonostante il cuore gli battesse impazzito nel petto per l’emozione.
“Io... non me lo aspettavo, Gaby.” Sussurrò con un filo di voce, quasi timoroso di svegliarsi da un sogno bellissimo.
“Ti sei comportato bene, piccolo diavolo.” La mano di Gabriel lo accarezzò in viso, “da ora tutto sarà diverso, tra noi.”
Lucifer si mosse nel letto, sollevandosi leggermente, sorrideva felice nonostante il dolore delle ferite lo tormentasse ancora.
“Questo non è il rifugio che avevo indicato a Jezebel.” Constatò il ragazzo, guardando la stanza.
“Infatti, quello è stato violato,” spiegò l’uomo abbassandosi di nuovo su Lucifer per baciarlo. Il tocco delle sue labbra gli confuse i pensieri.
“Craven Road è stato violato? Abbiamo perso la Città degli Angeli?” chiese ingenuamente.
“Veramente non è ancora accaduto, piccolo diavolo,” disse Gabriel alzandosi dal letto “ma tra qualche minuto lo farò a pezzi personalmente.” La voce non era più quella profonda dell’angelo che conosceva e amava, ma assunse il tono musicale di Raphael.
“No... no...” gemette Lucifer, guardando l’adorato viso di Gabriel mutare in quello del suo avversario. L’arcangelo sogghignò, godendosi l’espressione smarrita del diavolo.
“Ti ringrazio, piccolo mio, del piacere che mi hai donato e dell’informazione, ora ti lascio in buone mani.” Raphael non riuscì a contenere la sua contentezza e si lasciò andare in una risata isterica.
“Maledetto!” gli gridò il prigioniero, digrignando i denti.
Come Raphael uscì dalla stanza, questa cambiò aspetto ritornando alla sua forma originale. Era una piccola cella tutta piastrellata di lucide mattonelle bianche, una branda occupava la parete sporca e macchiata di sangue: Lucifer ci stava sdraiato sopra, gli occhi lucidi di febbre e colmi di sconforto. Un tavolaccio era gettato contro la parete di fronte all’entrata, sulla superficie di plastica erano allineati in bell’ordine cesoie, pinze e altri strumenti dalle punte crudeli e acuminate. Dalla terza parete pendevano due ganci da macellaio, trattenuti al muro tramite catene di ferro. Lucifer rabbrividì a quella vista, intuendo ciò che gli sarebbe accaduto da lì a poco. Si limitò a piangere silenziosamente non per se stesso ma per la sua ingenuità. Erano bastate due moine per lasciarsi ingannare, non se lo sarebbe mai perdonato. La sua sventatezza sarebbe costata la vita, molto probabilmente, alla persona cui teneva maggiormente.
Le sue considerazioni vennero interrotte dalle due figure che spalancarono la porta di ferro. Erano alte, completamente vestite di nero e l’abito, lungo fino alle caviglie, era letteralmente cucito nella loro pelle. In alcuni punti era stato tagliato per mettere in evidenza le piaghe sottostanti, rosse e sanguinanti, ed in altri era impreziosito da catene e uncini che si conficcavano nella carne viva. La porta si chiuse con un tonfo alle loro spalle e i due si mossero silenziosamente al centro della stanza. I loro volti erano orribili a guardarsi, deformati e scarnificati in alcune parti o adornati di punte acuminate in altre.
Puntaspilli prese uno dei ganci che penzolavano dalla parete e lo tirò fino ad arrivare alla branda di Lucifer. Il Linguacciuto fece lo stesso con il secondo gancio e, a un cenno del compagno, infilzò il polso del diavolo.
Lucifer non emise un suono, mordendosi le labbra, non voleva assolutamente dare soddisfazione ai due demoni torturatori. Una volta agganciato, le catene vennero ritirate e lui si ritrovò addossato alla parete, le braccia alzate a sorreggere il resto del corpo, le ferite aperte e sanguinanti. Chiuse gli occhi, resistendo al dolore, convincendosi che meritava tutto quello che gli sarebbe stato fatto.
Puntaspilli passò la mano sugli strumenti d’acciaio scintillante, indeciso con quale oggetto iniziare il lavoro. Il Linguacciuto lasciò che la propria lingua dondolasse mollemente dalla bocca scarnificata e senza denti. Aveva imparato col tempo ad essere paziente e sapeva che, prima o poi, anche lui avrebbe avuto la sua parte di divertimento.
All’improvviso, la porta si aprì, distogliendo l’attenzione dei due demoni.
Gabriel entrò come una furia, travolgendo i torturatori e schiacciandoli contro il bordo del tavolo, afferrò la prima cosa appuntita che gli capitò sottomano e infilzò Puntaspilli alla base del collo. Con un grido strozzato, il demone si piegò su se stesso e cadde a terra gorgogliando, mentre il Linguacciuto, visto che le cose si stavano mettendo male, si diede ad una fuga precipitosa lasciando il suo compagno agonizzante sul pavimento.
Gabriel prese tra le braccia il corpo straziato di Lucifer sollevandolo per liberargli i polsi dai ganci che lo trafiggevano.
“Sei proprio tu, Gaby?” mormorò con un filo di voce e, a stento, l’altro riuscì a capire la domanda.
“Sono io, Lu.” Lo fece sedere sulla branda, strappò a strisce il lenzuolo macchiato e bendò alla meglio i polsi feriti.
“Raphael sta andando a Los Angeles,” bisbigliò il ragazzo“perdonami, ho tradito la tua fiducia.”
“Siamo in un altro rifugio, Lu. Non preoccuparti.” Gabriel gli scompigliò affettuosamente i capelli ridotti in uno stato pietoso.
“Padre Derek ha visto quello che è accaduto in chiesa con un incantesimo, così siamo andati da un’altra parte.”
“Derek... mi sorprende sempre di più.” Lucifer socchiuse le palpebre, il dolore stava diventa insopportabile per il povero corpo che lo ospitava. Si lasciò andare tra le forti braccia di Gabriel e perse i sensi.