Lacrime di drago

parte III

di Fatina


 

“Aspettando il sole invernale

E la fredda luce del giorno

Nebbiosi fantasmi di paure infantili

La pressione sale

E io non posso sottrarmi”

 

                B. Dickinson – Tears of the dragon

 

Dicembre 1991

 

Matteo si alzò dal letto, sfilò il preservativo gettandolo in un piccolo contenitore di plastica, e in fretta, si rivestì. La doccia l’avrebbe fatta più tardi. Voleva solo andarsene da quel posto, la squallida stanza di un motel dalle pareti grigie, impregnata di quel disgustoso odore, sporco e sudore, che gli era così familiare ma che non avrebbe mai più voluto sentire in vita sua. Si chiese con rabbia perché l’aveva fatto. Non era nelle sue intenzioni, era stato in quel locale solo per salutare degli amici. Una volta era uno di loro. Ora no, non faceva quella vita da tanto tempo. Eppure quella sera quell’uomo lo aveva abbordato e lui lo aveva seguito.

Guardò il tizio che giaceva ancora nel letto, con gli occhi chiusi. Uno come tanti, magro, pallido, biondiccio, sui trentacinque. Guardò la mano dove un cerchietto d’oro luccicava. Era sposato, il bastardo. Aveva una faccia comune, da impiegato, e da impiegato erano i vestiti che aveva ordinatamente impilato su una sedia, e la ventiquattrore. Sicuramente quella mattina, dopo un’abbondante colazione, era uscito di casa, baciando la moglie su una guancia e promettendo ai figli un regalo o una gita al Luna-park. Poi aveva lavorato per otto ore ad una scrivania, sorridendo ai colleghi che lo consideravano una brava persona, e alla fine era salito in macchina e aveva guidato fino a quel locale. Lo aveva avvicinato e gli aveva chiesto quanto voleva, con la voce tremante e le mani sudate, poi lo aveva caricato in auto e portato in quel motel. Per mezz’ora si era agitato fra le sue braccia, con gli occhi chiusi per non vederlo in viso, ansimando e mugugnando, facendosi scopare pieno di sensi di colpa.

Matteo odiava quel genere di persona, troppo vigliacco per accettarsi, tanto meschino da vivere due vite, mentendo e tradendo coloro che lo amavano.

Prese i soldi dal comodino e uscì, sbattendo la porta. Poteva non prenderli, non gli servivano. Non lo aveva fatto per quello. Ma li prese lo stesso, come indennizzo. Così, per il disturbo. Fuori faceva freddo. Inspirò l’aria, sentendola scendere ghiacciata nei polmoni. La rabbia lo stava riassalendo. Perché? Non aveva bisogno di soldi, non aveva bisogno di niente. Eppure aveva accettato ancora una volta di lasciarsi toccare da mani sconosciute.

Michele. Era tutta colpa di quello stronzo di Michele. La sera prima lo aveva visto uscire dall’Inferno abbracciato a una delle sue puttane.  Raramente lo aveva visto lasciare il locale con la stessa ragazza per più di una volta. Michele era fottutamente bello e aveva sempre intorno stuoli di ragazzine pronte a tutto pur di passare una notte con lui. E lui faceva del suo meglio per accontentarle. Matteo non riusciva a sopportarlo. Aveva dato fuori di matto, gridando e prendendo a calci i muri, mentre Giacomo e Lorenzo lo guardavano a bocca spalancata, poi era uscito in cerca di una rissa. Si era ubriacato fino a perdere i sensi; era riuscito, non sapeva come, a trascinarsi fino a casa, si era svegliato nel tardo pomeriggio sentendosi uno straccio, era uscito per andare all’Inferno e si era fermato in quel cazzo di locale. Ecco come era andata. Michele gli faceva fare quel genere di cose. Tanto valeva ammetterlo.

 Strinse i pugni accelerando il passo. Voleva arrivare al più presto all’Inferno, sedersi, bere e vedere i suoi amici. Solo lì stava bene.

 

Davanti all’Inferno, Lorenzo lo stava aspettando. Matteo sbuffò. Quel ragazzo lo avrebbe fatto impazzire. Va bene, era il suo migliore amico, il suo compagno di sventura, e dividevano lo stesso appartamento, ma ultimamente lo stava ossessionando. Se lo trovava dappertutto. Faceva sempre di tutto per trovarsi in casa quando c’era Matteo, fregandosene del fatto che Matteo era in casa raramente e quando c’era voleva starsene per conto suo, e ogni volta lo assaliva con la sua valanga di menate. E Matteo non aveva voglia delle menate degli altri, aveva già i suoi problemi.

“Che c’è? Che vuoi ancora da me! Quando mi lascerai in pace!” lo aggredì immediatamente. Si sentiva stanco e incazzato e non aveva voglia di fare da balia a quella specie di aspirante suicida. Lorenzo si abbracciò, stringendosi le spalle con le mani e abbassò gli occhi. Aveva un’aria infinitamente triste. Matteo non riusciva mai a capire se Lorenzo fosse davvero triste o se fosse solo una posa, una parte del look, come i vestiti neri, i capelli blu e la pelle bianca, come la riga nera che gli circondava perennemente gli occhi e che non toglieva mai, nemmeno quando dormiva, e che alla mattina era tutta sbavata, come il pelo di un procione. Dopo tutto era un dark, e un dark allegro era una contraddizione in termini. Così come un punk allegro. Un punk era sempre incazzato e Matteo lo era, perennemente.

Per un attimo si sentì intenerire e sbuffando, prese Lorenzo sotto braccio e lo trascinò all’interno del locale. Un paio di birre e tutto sarebbe andato a posto, per lui e per Lorenzo.

 

Una nuvola di fumo e calore li investì. Matteo si guardò intorno, con un lampo di orgoglio nello sguardo. Quello era l’Inferno, il loro locale, loro per davvero. Erano in quattro. Matteo, Lorenzo, Giacomo e Michele. All’inizio era soltanto un capannone e apparteneva a Giacomo. Matteo non conosceva tutta la storia, Giacomo non parlava mai del suo passato e Michele parlava con Matteo solo per insultarlo, ma da quanto aveva sentito dire, Giacomo aveva ereditato quel capannone da un parente morto, forse il padre, insieme a un piccolo gruzzolo che era servito per i primi lavori. Però i soldi non erano stati sufficienti così i quattro ragazzi avevano dovuto lavorare. Avevano sgobbato e sudato sangue, ma alla fine erano riusciti a trasformare il capannone in quel posto pazzesco. Il bancone del bar occupava tutta la parete sinistra, mentre in fondo sulla destra faceva mostra di sé un palco, un vero e proprio palco con tanto di impianto di amplificazione e luci. Tutto intorno tavoli di legno e panche. Sui muri erano appese chitarre e scudi medievali, spade e elmi vichinghi, arazzi e poster di gruppi Heavy Metal, e monitor che trasmettevano video per tutto il tempo. Fra i tavoli erano poste alcune antiche armature. La luce soffusa, le finte lampade a petrolio, i boccali di metallo, la gente stessa che frequentava il locale, giubbotti di pelle e capelli lunghi, tutto concorreva a creare una strana atmosfera, come se quel posto fosse sospeso in un luogo fuori dal tempo, dove passato e presente si mescolavano senza stridere, con armonia. L’Inferno era un pub per disperati, un luogo dove passare la notte se non sapevi dove andare, dove i ragazzi potevano stordirsi di alcool e musica a tutto volume. Ma era anche un locale dove potevano suonare gruppi che da altre parti non facevano nemmeno entrare. Un posto per out-siders. Per Matteo, un posto dove sentirsi a casa.

Si sedettero in un angolo. Cinque minuti di relax, poi al lavoro. Matteo si guardò in giro, sorridendo. Il locale era pieno di gente, come sempre. Molti lo videro entrare e subito andarono a salutarlo. Quella era un’altra cosa che gli piaceva. Lì dentro si conoscevano tutti, erano come una grande famiglia. Scambiò un paio di battute con alcune persone, poi si fece portare due birre da una delle ragazze che servivano i tavoli. Matteo non avrebbe mai pensato di poter fare qualcosa di buono nella vita. Da qualche anno ormai immaginava il suo futuro come una serie infinita di risse e angoli di strada, e si immaginava morto in qualche vicolo, magari ammazzato, sicuramente prima dei venticinque anni. Invece ora aveva l’Inferno. Quel posto aveva dato un senso alla sua vita, era qualcosa per cui vivere. Aveva tirato fuori da lui un’energia e una capacità di impegnarsi che non sapeva di avere. Il lavoro era davvero faticoso e alla fine della serata Matteo era sfinito. Ma ce la faceva. Ce la stava facendo. E questa era per lui una novità, una cosa che ancora lo stupiva e lo rendeva fiero. C’era il bancone del bar da gestire, le ragazze che servivano i tavoli da coordinare, i panini da preparare, i video da scegliere, i gruppi da organizzare, e, soprattutto, la musica da suonare. Si, perché alla fine della serata loro quattro suonavano. Era partito tutto da lì. Avevano formato il gruppo e non riuscivano a suonare da nessuna parte. La loro musica era troppo strana e dura per la maggior parte dei posti, e se trovavano un ingaggio in qualche locale metal era solo come cover-band, per rispolverare vecchi successi. Degli altri, dei gruppi famosi. Loro volevano suonare la loro musica. Allora avevano deciso di creare un posto loro, dove suonare tutte le sere, e suonare tutto quello che volevano. E così Giacomo aveva tirato fuori dal cilindro quel capannone.

Ora, ripensandoci, sembrava essere stato tutto facile, ma solo loro sapevano cosa avevano passato, per quel posto. Avevano fatto tutti i lavori possibili e immaginabili, per raggranellare i soldi necessari. Giacomo era finito in ospedale a furia di scaricare casse per venti ore al giorno. Michele aveva sfruttato il suo talento cantando e suonando la chitarra, nei locali, per la strada, dove capitava, dormendo solo due o tre ore per notte. Aveva sfruttato anche un altro suo talento, e cioè spacciare droga, con l’aiuto di certi suoi amici che Matteo vedeva come il fumo negli occhi. Però bisognava ammettere che aveva messo insieme un bel gruzzolo, era stato quello che aveva raccolto più soldi. La droga era un affare che rendeva bene. Matteo e Lorenzo avevano fatto decine di lavori diversi, camerieri, fattorini, commessi. E di notte avevano battuto i bar. Anche quello era un affare che rendeva bene. A insaputa degli altri, naturalmente. Non avrebbero mai accettato soldi guadagnati in quel modo. Matteo si sentiva annodare lo stomaco di fronte a quell’ipocrisia. Vendere droga andava bene, vendere il culo no. Almeno lui non faceva crepare nessuno. A modo suo, aveva i suoi principi.

 

Matteo tirò fuori due sigarette e le accese, passandone poi una a Lorenzo.

                “Che c’è, dai, parla. Adesso ti ascolto.” disse Matteo, che, da quando era entrato nel locale, si sentiva più rilassato. Quel posto aveva un grande potere su di lui. Lorenzo rimase zitto ancora per qualche secondo. Il rospo era troppo grosso da sputare, non sapeva da dove cominciare. Matteo gli metteva un’infinita soggezione. Forse era per il suo aspetto aggressivo, gli zigomi alti, gli occhi allungati, le labbra sottili, tirate. Assomigliava a un gatto. Sulla testa una cresta verde dalle punte nere faceva mostra di sé. Matteo era molto orgoglioso della sua cresta, ci passava ore a sistemarla, ci metteva litri di gel e lacca, tanto che alla fine sembrava fatta di cartone. Non si scioglieva nemmeno sotto la pioggia. Aveva una ragnatela dipinta intorno ad un occhio e le labbra nere. Faceva davvero impressione. Nonostante fosse inverno, indossava solo un maglione strappato e dei jeans rattoppati, vecchissimi e sprayati di vari colori, e degli anfibi vecchi e graffiati, tanto sporchi da non capire di che colore fossero originariamente.

Lorenzo alzò gli occhi e lo guardò, rimanendo incantato. Matteo tolse la sigaretta dalle labbra con le dita sottili dalle unghie laccate di nero, che uscivano dai guanti senza dita. Soffiò il fumo di lato, gli occhi socchiusi, sensuali. Lorenzo si leccò le labbra. Era bello, incredibilmente, crudelmente bello. Dentro uno strappo nel maglione si intravedeva un lembo di pelle bianca. Lorenzo distolse lo sguardo, fissandolo sulle sue mani tremanti. Non avrebbe mai potuto parlare, se continuava a guardarlo in quel modo. Lui e Matteo si conoscevano da anni, eppure Lorenzo non riusciva a scuotersi di dosso quella soggezione. Si erano conosciuti in strada e da allora non si erano più separati. Lorenzo sapeva benissimo perché non aveva più lasciato Matteo. Matteo era forte e non aveva paura di niente. E poi Lorenzo lo amava, da subito, dalla prima volta che se lo era trovato davanti. Ma non capiva perché Matteo stesse con lui. Di certo non lo amava, non amava nessuno. Lo trattava come se lo sopportasse appena, eppure lo aveva sempre aiutato e protetto. Si incazzava con lui e alzava la voce, a volte lo insultava, ma non lo aveva mai lasciato. Dovunque era andato, lo aveva sempre portato con sé. 

“Io voglio sapere… perché?” iniziò Lorenzo, facendo appello a tutto il suo coraggio “Perché sei andato con quello? Non ne abbiamo più bisogno, adesso! I soldi ce li abbiamo, non molti, ma sono sufficienti! Abbiamo il locale, abbiamo la musica! Non abbiamo più bisogno di fare… quello!” disse. Matteo si sentì invadere dal furore. Lorenzo lo aveva seguito e ora gli stava facendo la predica. Si alzò, picchiando le mani sul tavolo. Avvicinò il volto a quello di Lorenzo, gli occhi stretti in due fessure, i denti scoperti. Lorenzo si ritrasse, spaventato. Sapeva che Matteo avrebbe reagito così, però doveva dirglielo. Allora era diverso. Non avevano soldi, ne’ un posto dove vivere. Quando lo stomaco protestava e si sentivano svenire dalla fame, quando faceva freddo e non avevano altro che un misero maglione per coprirsi, allora si mettevano ad un angolo, oppure entravano in uno di quei locali. C’era sempre qualcuno interessato a loro. Erano belli, tutti e due. A volte li portavano via insieme. Lorenzo era sempre felice, quando accadeva. Aveva sempre paura. Stare con Matteo lo faceva sentire sicuro, protetto. Matteo non avrebbe permesso che gli facessero del male. Le cose peggiori le faceva lui.

Ora lo guardava dritto negli occhi, con rabbia. Lorenzo non poteva fare altro che pensare a quanto fossero belli quegli occhi, anche in quel momento, tanto scuri da sembrare neri, e spaventosi. Sembrava sul punto di picchiarlo, di stringergli le mani intorno al collo e soffocarlo. Ma Lorenzo sapeva che non lo avrebbe fatto. Tante volte era stato sul punto di picchiarlo, ma non lo aveva mai fatto.

Matteo ringhiò.

“E tu che cazzo ne sai di cosa ho bisogno io, eh?”

Lorenzo abbassò gli occhi di scatto. Invece lo sapeva, lo sapeva benissimo. E gli faceva male, più male di quanto non volesse ammettere. Matteo voleva una cosa che non poteva avere. Voleva Michele e questo lo faceva impazzire e lui, Lorenzo, non poteva fare niente per aiutarlo.

                “Io so che tu hai bisogno di… qualcuno… e io non voglio che tu vada con persone che non conosci, che potrebbero farti del male.” La sua voce era debole e tremante ma Lorenzo fece di tutto per non sembrare piagnucoloso.  Matteo non lo sopportava quando era piagnucoloso. Alzò gli occhi a incontrare quelli di Matteo. Si fece coraggio e prese nelle sue mani gelate quelle bollenti dell’amico. Prese fiato. Ora doveva dire la cosa più difficile.

                “Io sono qui. Lo sai. Non ti chiedo niente in cambio, solo che tu non rischi la tua vita per niente. Lo abbiamo fatto per tanto tempo, ma allora non avevamo scelta. Ora ce l’abbiamo.”

                Matteo rimase sbalordito. Si chiese se avesse capito bene. Lorenzo gli si stava offrendo, gli stava chiedendo di usarlo, come sfogo. Senza chiedere niente in cambio. Fece vagare i suoi occhi in quelle iridi azzurre, trasparenti, che lo fissavano serie, timide. Gli si strinse il cuore. Ripensò alla prima volta che lo aveva visto. Pioveva e Lorenzo aveva i capelli appiccicati al viso e il trucco che gli colava sulle guance pallide. Aveva i vestiti fradici e si stringeva nelle braccia tremando dal freddo. Sembrava un gattino che era stato buttato in un sacco della spazzatura. Matteo si era offerto di accompagnarlo a casa, ma Lorenzo gli aveva risposto che quel giorno non aveva avuto nemmeno un cliente e non poteva tornare dal protettore senza soldi. Era terrorizzato. Allora Matteo lo aveva portato in un bar e gli aveva fatto bere del latte caldo, poi gli aveva dato i suoi ultimi soldi. Lorenzo era buono e dolce, tutto il contrario di Matteo, e non era fatto per vivere in strada. Aveva dei lineamenti vagamente femminili ed era davvero molto bello, eppure Matteo non aveva mai pensato di fare sesso con lui, mai. Gli sarebbe sembrato di fare qualcosa di sporco, come scoparsi suo fratello. Quindi fu preso dal panico, di fronte a quella proposta e non seppe cosa rispondere. Tirò fuori la prima cosa che gli venne in mente.

                “Ci penserò” borbottò, cupo in volto.

 

Michele cominciò a gridare dal fondo della sala, avvicinandosi a grandi passi, scansando con violenza chiunque si trovasse sulla sua strada. Matteo sbuffò, preparandosi a combattere. La pace, se così si poteva chiamare quello che era appena successo, era finita.

“Punkettaro di merda!” gli gridò contro “ Sei arrivato, alla fine! Si può sapere dove cazzo eri? Forse non te lo ricordi, rincoglionito come sei, ma qui c’è da lavorare! Finita la sigarettina? E la birra? Tutto a posto?  Rilassato? Alza quel culo rotto che ti ritrovi e vai dietro il banco!”. Quello era il classico benvenuto di Michele nei suoi confronti. Non andavano d’accordo, lui e Michele. Non potevano guardarsi senza litigare o fare a pugni. Non si potevano sopportare, era una questione di pelle. Mentre Matteo si alzava, Michele lo prese per una manica, spingendolo avanti. Matteo si girò furioso. Quello era davvero troppo. Lo prese per il maglione e lo spinse, facendolo cadere in mezzo ai tavoli. Poi si avventò su di lui, cominciando a colpirlo sul viso. Intorno a loro i ragazzi si spostavano per fare spazio alla rissa, ma rimanendo lì intorno, incitando ora l’uno, ora l’altro.

“E non mettermi le mani addosso, pompinaro!” gridò Matteo, ansimando e cercando di tenere fermo Michele sotto di sé.

“Lasciami, o ti strappo quella cresta e la uso per pulirmi il culo!” inveì Michele, cercando intanto di scansare i pugni del suo avversario.

                “Tu la mia cresta non la devi neanche guardare! Metallaro dei miei coglioni!” ribattè Matteo, ma subito sentì un calcio nello stomaco. Michele aveva alzato un piede e lo aveva spinto via, con forza. Sentì un dolore fortissimo quando atterrò sulla schiena. Aveva schivato per un soffio la gamba di un tavolo. Fece per rialzarsi, gli occhi annebbiati dalla rabbia, ma un'altra persona si mise in mezzo. Si sentì sollevare per il collo del maglione, come un bambino, e quando i suoi piedi toccarono terra cercò di tenersi in equilibrio. Davanti a lui, anche Michele era in piedi. Un altro ragazzo li aveva sollevati da terra, e ora li tratteneva, stringendoli per un braccio tanto forte da farli gemere.

                “Se adesso avete finito, potete andare. Ci sono i panini da fare e i bicchieri da lavare. E se vi vedo soltanto guardarvi, vi prendo a calci nel culo da qui fino a casa.” Il ragazzo aveva parlato con una voce bassa e profonda, che si sentiva benissimo nonostante il frastuono del locale. Matteo e Michele rabbrividirono udendo quella voce. Senza fiatare, si diressero verso la cucina, guardandosi in cagnesco. Giacomo era forte e poteva fare loro davvero male, se voleva. Una volta aveva slogato una spalla a un tizio, senza il minimo sforzo. Era più vecchio di loro di un paio d’anni ed era stato lui a fondare il gruppo e a mettere in cantiere l’Inferno. Era forte, tranquillo, deciso, solido come una roccia. Era l’unico che non si arrabbiava mai, non era mai triste, non era mai fuori. Faceva quello che doveva fare e andava dritto per la sua strada. Anche il suo aspetto fisico era così, solido, granitico. Passava il metro e novanta, e con il chiodo sopra la maglietta nera e attillata, era davvero impressionante. I capelli erano lunghi, lisci e neri e arrivavano quasi fino alla vita, divisi davanti da una riga, e scendevano sempre a nascondergli il viso, lasciando intravedere un naso lungo e dritto, classico, e due labbra piene. Gli occhi si vedevano raramente. Sembrava quasi che volesse tenerli nascosti.

                Giacomo guardò con aria paziente i due litigiosi ragazzi sparire dietro la porta della cucina e poi si voltò verso Lorenzo, sorridendo.

                “Quei due finiranno per ammazzarsi!” disse, poi tornò verso il bancone, come se nulla fosse accaduto.

                Lorenzo rimase fermo, incapace di muoversi. Poi tornò a sedersi. Aveva un nodo alla gola. Vuotò con un sorso il bicchiere, poi rimase a fissare la schiuma che scendeva lentamente lungo il vetro.

                “Si, finiranno per ammazzarsi.” sussurrò, parlando con sé stesso.



 

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