|
Gyh: l’ho finita!!! Finalmente l’ho finita! Non ci credo!
parte VII di Gyh
La porta della stanza di Kaede si riaprì. Kaede la osservò, stupito. Eppure le tre streghe erano uscite tutte e tre e Najka con un modo così scenico e trionfale! Fu proprio quest’ultima a fare capolino nella stanza, con un’espressione lievemente allucinata. La strega si andò a sedere sul letto accanto a Kaede. - Giusto per fartelo sapere… oggi hanno rubato di nuovo il portafoglio a Enlil… se io sono sempre investita allora lei è sempre scippata! La prima volta che l’hanno derubata… - cominciò a raccontare, con aria da cospiratrice. L’immagine seria che il moro aveva di Najka si sgretolò in pochi secondi. La fissò tra lo stupito e l’esasperato mentre continuava a farneticare, narrando di come Enlil fosse stata scippata su treni, autobus, aerei… certo, lei una volta era stata investita da un aereo, ma dopotutto c’era di peggio, no? Almeno si poteva curare in pochi minuti, visto che… - Najka… - sospirò, stremato. L’altra s’interruppe, rendendosi conto di come le proprie parole potessero essere leggermente inopportune. - Ehm… vado a continuare il filtro! – annunciò quindi, alzandosi in piedi, ricomponendosi nella propria immagine di persona seria ed uscendo dalla camera salutando il ragazzo con un cenno della mano. Il moro riuscì a sentire la voce inviperita di Enlil ringhiare un “Ti ho sentita” e la risata insopportabile di Gyh, prima di piombare improvvisamente in un sonno profondo. Con gli incantesimi d’ipnosi Najka ci sapeva proprio fare!
Akira Sendo continuava a fissare il muro della propria stanza, di fronte a sé. Bianco, candido. Come tutto quel palazzo. Il bianco era uno dei colori che caratterizzava i Dominatori della Luce, il suo clan e quindi anche lui, che ne era a capo. Eppure… non riusciva a farselo piacere. Era un colore che odiava. Lo detestava… era così falso… così simile a quel… Scosse la testa con forza, facendosi dolere il collo. Non doveva pensarci. Pensava di aver superato tutto, stava bene fino a qualche tempo prima… e adesso era tornata. L’inquietudine, la sua compagna di sempre… era tanto che non si faceva rivedere. E non gli era mancata per niente. Chiuse gli occhi. Nero. Sì, così forse gli piaceva di più… ma gli faceva paura. Quando chiudeva gli occhi lo vedeva di nuovo. Sì, rivedeva tutto… e non lo sopportava… perché? - Perché continui a tormentarmi… - mormorò, rivolto al vuoto di fronte a sé – Tu sei morto… Le parole caddero, si infransero nell’aria. Nessuno le aveva udite. A parte lui. Già. Lui era l’unico che riusciva a sentire, a vedere la verità… - Vattene… - sussurrò, abbassando il volto e fissando lo sguardo sulle proprie mani – Vattene… Gli parve di rivederlo, il suo sorriso. Con tutti era sempre cortese, posato, educato. Ma quando era rivolto a lui, quel sorriso era veramente sincero. Già. Sincero per lui. Quindi beffardo. Ironico. Disgustato. Non lo sopportava, non l’aveva mai sopportato. Avrebbe voluto staccare quella foto con un’espressione dolce e gentile dalla sua lapide, voleva mettere al suo posto una foto veramente sincera del fratello. Se lo meritava, se lo sarebbe proprio meritato. Ma non aveva foto del genere. - Vattene, fratello… - mormorò, implorante, all’atmosfera che lo attorniava greve. Sì, suo fratello. Perché non avevano potuto amarsi, volersi bene come tutti i fratelli? Perché dovevano odiarsi? Sospirò, Akira. Lui non lo sapeva. Lui aveva fatto di tutto per farsi benvolere dal fratello maggiore, quando era piccolo, ma non era servito. Per quanto si sforzasse, per quanto potesse mettere forzatamente mettere a tacere il proprio orgoglio… non sarebbero state che risatine ironiche e sorrisi beffardi, sguardi disgustati, pugni e calci, ciò che avrebbe ricevuto dal fratello maggiore. Anche adesso che era morto. Erano passati tre anni. Sì, quello stupido di suo fratello aveva voluto andare in missione da solo in una potenziale congrega di Figli del Buio. L’avevano massacrato. Certo se l’era meritato. Akira l’aveva visto uccidere, torturare, massacrare. Si era meritato la fine che aveva fatto. Lui non lo faceva… non faceva così. Uccideva, ma non torturava troppo i nemici. C’era sempre un siero della verità, no? Perché non usarlo? Alla fine non c’è nulla più crudele della Luce. Sorrise ironicamente. E lo rivide. Rivide la cerimonia della consegna dei diplomi di suo fratello, lo vide uscire trionfale dalle medie, dare l’esame per entrare nell’università di Tokyo e superarlo senza sforzi. Tutto con i voti più alti. Sempre. Lo rivide mentre vinceva le nazionali di scherma, in prima superiore. Rivide la noia dei genitori quando lo videro uscire dalle medie. Solo terzo, in tutta la scuola! Non poteva studiare di più? E quando era diventato capitano della squadra di basket… che sport volgare, niente a che fare con la scherma! E alle superiori, sì, aveva il primo posto agli esami… ma dopotutto non era nulla di speciale, ce l’aveva già fatta qualcun altro. Sospirò tristemente. Aveva ricominciato a pensare a suo fratello da quando aveva visto Hanamichi. L’aveva visto, candido, dolce, perfetto… e si era detto che sì, adesso tutto sarebbe andato bene, perché Hanamichi sarebbe stato suo, nessuno gliel’avrebbe mai tolto… suo… Ma poi gliel’aveva rubato. Rukawa gliel’aveva strappato dalle braccia e Hanamichi… Hanamichi voleva stare con Rukawa. - Perché? – sussurrò. Nessuna risposta. E allora aveva rivisto tutto. E aveva rivisto la parte oscura di sé stesso. Odiava il bianco. Avrebbe voluto sporcare tutto ciò che era puro e perfetto. Voleva calpestare la neve, umiliarla. Voleva calpestare tutto ciò che era immacolato. E Hanamichi lo era. Si alzò in piedi. Voleva sporcarlo.
Rukawa si svegliò improvvisamente. Qualcuno lo aveva svegliato, ma era troppo intontito per picchiarlo, chiunque esso fosse. - Kaede… ehi, Kaede… svegliati… - una voce lo chiamava dolcemente. Mugugnò, voltando la testa. - Il filtro è pronto… - gli annunciò la voce, seccata, convinta che questo l’avrebbe certamente risvegliato. Il moro si alzò a sedere di scatto. - E’ pronto?! – chiese, incredulo, pieno di speranza. Il suo cuore… aveva ricominciato a battere… sì, lo sentiva… il gelo che gli aveva attanagliato il petto se ne stava andando… scivolava via, lentamente, mentre un calore rassicurante cominciava a propagarsi dentro di lui. - Vuoi assistere all’interrogatorio, vero? – gli sorrise Najka. Il moro annuì e si alzò, stiracchiandosi, per poi seguirla fuori dalla stanza. Ancora poco e avrebbero saputo dov’era finito Hanamichi… avrebbe potuto stringerlo di nuovo a sé… non riusciva a crederci!
- Hana? – la voce di Sendo si abbatté sui muri candidi, sulle finestre dai vetri chiusi, sui mobili lussuosi di quella stanza. Eppure il rossino non sembrava nemmeno averlo sentito. Era immobile. Sembrava morto. Sdraiato sul letto, le braccia allargate, sembrava crocefisso. Aveva indosso solo il solito accappatoio di seta bianco. Doveva avere freddo, la stanza era davvero gelida. Non aveva nemmeno acceso il fuoco. Akira si avvicinò al rossino. Nessuna reazione. Lo osservò. Respirava lentamente, rilassato e fissava il soffitto. Non faceva altro da ore. I suoi occhi erano aperti, ma assenti. Non erano più luminosi. Bianco. Il moro si sedette sul letto, accanto a lui. Alzò una mano e la posò sul torace mezzo scoperto di Hanamichi. Lo sentì irrigidirsi leggermente, poi la sua voce. - Toglila. La sua voce flebile, stanca, roca. Era molto che non l’usava. Ma la mano non fu tolta e cominciò a vagare sotto la seta dell’accappatoio, scostandone i lembi, liberandone un capezzolo, che svettò nell’aria fredda della stanza. La mano candida di Sendo fu afferrata per il polso, da una mano abbronzata del rossino. Il moro alzò il viso sul volto dell’altro. Gli occhi avevano ripreso vita e lo fissavano rabbiosi. - Smettila. Sorrise. Gli piaceva il suo rossino, gli piaceva tanto. Si abbassò su di lui, tentando di baciarlo, ma Hanamichi scostò il viso e le labbra del Dominatore della Luce finirono per scontrarsi contro la sua guancia. E quella mano si era liberata dalla sua e continuava a muoversi, lungo il suo petto, facendo molta più pressione di prima. Non lo sfiorava, lo ghermiva. - N… no… - mormorò il rossino, tentando di scostarsi, afferrando i polsi di Sendo. Le sue mani lo terrorizzavano, lo tormentavano. Lui aveva promesso a Kaede di non darsi a nessuno. E non l’avrebbe permesso… - Smettila! – trovò la forza di gridare, quando il moro gli slacciò l’accappatoio, facendoglielo scivolare dalle spalle. Gli diede una ginocchiata nello stomaco e Sendo si piegò in avanti, gemendo, dolorante. Il rossino si alzò dal letto, allontanandosi da lui e dai suoi occhi. Erano folli. Non era desiderio, quello, non era passione. Era pazzia. Indietreggiò fino a trovarsi con le spalle al muro. Si mise in posizione di combattimento, con aria minacciosa, anche se sapeva bene di essere totalmente svantaggiato. Erano due giorni che rifiutava di mangiare e si nutriva solo con dell’acqua e non si muoveva dal letto. Forse aveva perfino la febbre. Ma non sarebbe rimasto fermo a lasciare che Sendo facesse di lui quello che voleva. - Stai indietro… - lo avvisò, alzando i pugni. L’altro sorrise ironico. Con una ginocchiata allo stomaco il rossino avrebbe potuto anche farlo svenire, normalmente. Ed era stato fin troppo facile liberare i polsi dalle sue mani per spogliarlo. Era indebolito, si capiva subito. Che speranze poteva pensare di avere? - Altrimenti? – chiese, ironico. - Altrimenti ti ammazzo. – replicò freddamente Hanamichi. Ma anche se tentava di dimostrarsi sicuro di sé… aveva paura. Era terrorizzato. Sapeva benissimo che non avrebbe resistito a lungo contro Sendo, in quelle condizioni… ma non poteva lasciarlo fare! Kaede gli aveva promesso che sarebbe venuto a prenderlo il più presto possibile… e lui doveva aspettarlo integro. - Oh, davvero? E come speri di farcela? – lo prese in giro l’altro, avanzando verso di lui con lentezza esasperante. - A suon di calci e pugni! – ringhiò il rossino, deciso a non darsi per vinto. Rimase immobile, in attesa, quando Sendo si fermò esattamente di fronte a lui. Una barriera d’aria che in pochi attimi avrebbe potuto infrangersi, plasmabile. Aveva paura. Non c’era niente lì, che potesse proteggerlo e salvarlo. Non c’era niente che potesse portarlo via da quel ragazzo dallo sguardo folle. Era egoista e presuntuoso, Sendo, l’aveva capito da tempo. Ma non pensava che lo fosse fino a quel punto. I primi tempi, quando uscivano come amici, aveva scorto questo lato del carattere di Akira per via di certi atteggiamenti, certe frasi, ma sapeva che era fondamentalmente buono e che se era così aveva le sue ragioni. Si chiese che cosa fosse successo ad Akira, per cambiare il suo atteggiamento in quel modo. Con una mossa fulminea tirò un pugno verso la mascella scoperta di Akira, che era però preparato e parò con facilità il colpo, dalla forza limitata e anche piuttosto lento al confronto dei soliti colpi del tensai. - Non hai grandi possibilità, non trovi? – lo canzonò Sendo, con un tono suadente e dolce che poco aveva a che fare con quel sorriso irrisorio. Il rossino non rispose, limitandosi a fissarlo furente. - Forse dovresti semplicemente lasciarti andare… - gli consigliò il moro, avvicinandosi ancora di più, chinandosi fino a sussurrarglielo nell’orecchio – Se resisti troppo potrei farti male… potrei fartene davvero molto… Il rossino deglutì. Aveva ragione. Aveva maledettamente ragione. Poteva picchiarlo, ucciderlo, torturarlo e anche… Ma non poteva arrendersi, come avrebbe potuto guardare in faccia Kaede? Dirgli che lo aveva lasciato fare senza opporre nessuna resistenza? Non avrebbe mai più potuto sorridergli come prima, non avrebbe più potuto godere dei suoi baci sulla propria pelle, perché le labbra del suo volpino si sarebbero sporcate, macchiate al contatto con lui… - Vuoi provare dolore? – gli chiese dolcemente Akira. Gli afferrò un braccio e glielo portò dietro la schiena, facendolo gemere dal dolore. Si allontanò di qualche centimetro per poterlo osservare meglio in viso. - Non pensavo ti piacessero questo genere di giochetti… - commentò ironico Akira – Ma se insisti… Avvicinò il volto al suo collo e leccò quella pelle abbronzata, dolcemente. Poi la morse con forza. La lasciò andare solo quando avvertì il sapore metallico del sangue e un lamento di dolore del rossino. - Allora, non ti è piaciuto? – gli chiese Sendo, guardandolo di nuovo negli occhi. Hanamichi aveva le lacrime agli occhi, dal dolore e dall’umiliazione. Il braccio che Sendo gli torceva dietro la schiena gli faceva male, lo sentiva rigido e teso, al punto di spezzarsi e il morso sul collo pulsava dal dolore. Ma non gliel’avrebbe data vinta. - Niente di quello che mi fai tu può piacermi. – rispose, ansimante per lo sforzo di trattenere le grida di dolore – Perché una persona come te non può che farmi schifo. Gli occhi del moro si spalancarono. Stupore. Per un attimo il rossino osservò un lampo di dolore nel suo sguardo e si sentì quasi colpevole di avergli detto una cosa tanto cattiva. Ma si pentì del proprio ripensamento non appena vide il volto di Akira trasfigurarsi in una maschera di rabbia. Il moro lasciò andare il suo braccio, ma Hanamichi non ebbe il tempo di sentirsi sollevato, perché sentì le mani di Sendo serrarsi attorno al suo collo, impedendogli di respirare. - Ti faccio schifo? Ti faccio schifo?! – continuava a chiedergli Akira. Hanamichi chiuse gli occhi, boccheggiando, aveva bisogno di respirare. Alzò le mani per stringerle attorno ai polsi di Sendo. Pochi secondi dopo la presa si allentò, fino a lasciarlo andare. Il rossino si accasciò a terra, in ginocchio, tossendo e ansimando. - Sei l’ultima persona che può dirmelo… io non sono… non sono come lui… - la voce di Akira si era ridotta ad un sussurro triste, malinconico. Rimorso? Il rossino lo osservò, stupito. Di chi stava parlando? Restò di sasso quando notò una lacrima scendere lungo il volto di Sendo. Ma anche questa volta non riuscì a provare pena per lui, perché lo aveva afferrato per i capelli, costringendolo in piedi. Poi lo aveva trascinato per la stanza e lo aveva gettato sul letto. Sul letto. Panico. - Ti prego… - sussurrò Hanamichi, con voce strozzata – non farlo… - Non ne vedo il motivo… - replicò Sendo, tornato quasi calmo. Gli allargo le gambe, vi si posizionò in mezzo. Cominciò a slacciarsi i pantaloni velocemente. Hanamichi si sentì morire. - Fermo! Non… non farlo! Non… - poi, di colpo, ebbe un’illuminazione. Tornò serio, deciso e, sospirando per farsi coraggio, disse: - Se non sei come lui, non farlo. Akira si fermò improvvisamente, alzando lo sguardo incredulo sul rossino, che lo fissava, sicuro. - Se lo fai, diventerai come lui. E tu non hai mai voluto somigliargli, no? Il rossino pregò che funzionasse. - Io… io non sono come lui… - mormorò incerto Akira. - Se non sei come lui, allora dimostralo. – gli disse Hanamichi, più calmo, quasi dolcemente – Non farlo. Il moro lo osservò per qualche secondo. I suoi occhi si puntarono sul segno rosso che gli aveva lasciato sul collo, sui lividi che le sue mani gli avevano fatto, stringendolo, sul volto arrossato, sugli occhi lucidi di lacrime, sui capelli spettinati dalla sua violenza. Abbassò lo sguardo. Non era più eccitato, non riusciva ad esserlo. Ora riusciva a vedersi. Tentando di allontanarsi il più possibile da suo fratello aveva finito per diventare come lui. Stava per violentare Hanamichi… stava per sporcarlo, distruggerlo, perché era puro e bianco e perché non voleva appartenergli… - Non sei come lui… - ripeté Hanamichi, per convincerlo, con voce tremante. Akira Sendo cominciò a piangere. A singhiozzare, disperatamente. Non era colpa di Hanamichi, se non lo ricambiava, perché sì, adesso riusciva a vedere. Lo amava. Lo amava perché era dolce, fragile e forte allo stesso tempo, perché era puro e candido e riusciva sempre ad essere gioioso, a dare coraggio a tutti anche solo con la sua presenza, perché… perché era Hanamichi. Ma Hanamichi non amava lui. Amava Rukawa. Ora lo sentiva davvero. Piangendo, Akira avvertì una mano che, esitante, si spostava su una sua spalla. Alzò lo sguardo. Hanamichi lo osservava, sorpreso e combattuto. - Scusami… - mormorò. L’incertezza di Hanamichi venne meno. Akira si sentì avvolto in un bozzolo di tepore che era l’abbraccio di Hanamichi, la sua mano che gli premeva la testa sul suo collo, proprio sopra il segno dei suoi denti, per consolarlo, per togliere ogni briciola di amarezza, perché quelle lacrime erano troppo sincere e disperate. Perché Akira non era cattivo. Era riuscito a vedere di nuovo quella bontà che era venuta meno. Perché un qualcuno gli aveva fatto del male e Akira non voleva essere come lui, ma l’ossessione ce l’aveva portato, suo malgrado. Perché il porcospino del Ryonan non può essere davvero cattivo. Perché quel ragazzo sorridente, che gli ispirava un grande affetto fraterno, è solo una persona che ha sofferto. - Ti perdono… - gli sussurrò. Non gli avrebbe fatto del male. Non ne avrebbe mai più fatto a nessuno. - Scusami… - ripeté Sendo. - Ti perdono… - ripeté Hanamichi. Continuò a consolarlo per qualche minuto, mentre i singhiozzi di Akira diminuivano e le lacrime si fermavano, lentamente. Alla fine il moro si staccò dall’abbraccio di Hanamichi e il rossino fu sollevato, perché il sorriso di Akira, in quel momento, era sereno e il suo tono era rilassato: - Andiamo da Rukawa.
Gyh: Bwaaaaah!!! ç___ç Hana: meno male… Ru: meno male… Akira: Bwaaaah! Mancava così poco! ç_ç Gyh: scusami, fratellone mio adorato! Ti ho fatto fare la buuuuuaaaa! Akira: ehm… sopravvivrò… se mi scrivi una bella lemon! ^__^ Gyh: … fa nulla, vedo che ti sei già ripreso… Akira: d’oh! >.<
- Sei pronto, Kaede? – chiese Najka a Rukawa. Era tutto pronto. Sapevano dov’era Sendo. Dovevano andare a riprendere Hana, immediatamente. C’erano volute ore intere e una buona dose di siero della verità perché uno degli uomini di Sendo si decidesse a rivelare il nascondiglio del loro capo e questo era Koshino! A quanto pareva era l’unico a saperlo. Sendo doveva essere molto prudente, per rivelare i suoi spostamenti e le sue dimore solo ai più fidati. E con Koshino andava effettivamente sul sicuro. Nessuno aveva mai resistito tanto al siero e mentre rivelava tutto Hiroaki piangeva. - Pronto. – annuì Kaede, deciso. Lo avrebbe salvato. Avrebbe potuto stringerlo di nuovo tra le braccia, coccolarlo, accarezzarlo… Un bussare leggero alla porta fece voltare il moro. Nella villa non avrebbe dovuto esserci nessuno, a parte i Dominatori della Luce, che comunque erano stati addormentati… chi poteva essere? Di nuovo bussarono. Najka, Enlil e il tricerasuino (è uno dei miei soprannomi preferiti! ^_^ NdGyh) lanciarono a Rukawa un’occhiata che stava a significare: vai ad aprire quella maledetta porta o partiamo! Kaede si diresse verso la porta. L’aprì. - Hana… - sussurrò incredulo. - Kitsune… - mormorò il rossino. Si fiondarono l’uno tra le braccia dell’altro, stringendosi forte, per accertarsi che l’altro fosse davvero lì. Sotto gli occhi di Akira, che, dal corridoio, sorrise, dirigendosi verso le segrete dove sapeva che erano prigionieri i suoi compagni.
Gyh: posso dare un consigliuccioucciouccio??? ^_^ tanto lo faccio lo stesso… Hana: allora non chiederlo… Gyh: questo pezzo secondo me dovrebbe essere letto ascoltando Black Balloon dei Goo Goo Dolls… così, è una canzone così caruccia… Hana: la canzone sarà bella, ma la fic è orrenda… Gyh: appunto! Magari uno si confonde e… Ru: implodi. Gyh: ç__ç
Hanamichi e Kaede erano sdraiati, abbracciati. Di nuovo, finalmente… sul letto di Kaede. Ma questa volta il moro non alzò la maglia del rossino, non lo toccò intimamente. Non sapeva cos’aveva passato, ma poteva aspettarselo. Avrebbe atteso che il suo adorabile rossino fosse pronto a fare il grande passo e soprattutto che fossero cessate crisi di panico e simili. Ma non c’era pericolo che Hanamichi ne avesse altre, perché Kaede non si separava mai da lui. Mai. Erano state le quarantotto ore più lunghe della loro vita e le successive non volevano sprecarle. (quanto le 48 ore di Najka?? Ndautrice) (Quelle sono state mooolto più piacevoli… NdRu) - Mi sei mancato… - sussurrò Hanamichi, stringendosi a lui. - Anche tu… - disse Rukawa, accarezzandogli i capelli. Gli erano mancate quelle mani sui suoi capelli, il suo profumo, il calore del suo corpo, la sua solidità… - Non… non mi sono fatto prendere, sai? – gli assicurò Hanamichi, nascondendo il volto arrossato contro il suo petto. - Ci ha provato? – gli chiese Kaede, un tuffo al cuore, a quelle parole. Lo strinse di più a sé. Hanamichi annuì lentamente. - Amore… hai avuto paura, vero? – sussurrò Kaede, continuando ad accarezzarlo. - Sì… ma non l’ha fatto, alla fine… - lo rassicurò il rossino, alzando la testa per guardarlo negli occhi, perché ne fosse veramente certo, fino in fondo. - Meno male… - sospirò Rukawa, baciandogli piano le guance. - Ti amo… - mormorò Hanamichi. Gli erano mancati quei baci delicati, sul suo viso… - Anche io… - replicò Rukawa. Non aggiunsero altro, rimasero aggrappati, l’uno all’altro, perché non avevano nient’altro a cui tenere abbastanza, niente da proteggere o da amare…
- Naj-chan… - la chiamò Gyh, nella stanza accanto, osservando l’intruglio che questa stava preparando. - Mh… - mugugnò Najka, interamente concentrata nel lavoro che stava facendo. - Ma se dai ad Hana quella roba… poi non ha più crisi di panico? – chiese Gyh. - Mh-m… - annuì Najka, versando un pizzico di iperico. - … ma io lo preferisco così… - si lamentò Gyh. - Gyh… se non do la medicina esatta ad Hanamichi, Rukawa mi squarta… - commentò Najka, shakerando l’intruglio. - Uffa… - sbuffò il tricerasuino.
Nel giro di due giorni Najka aveva già finito la pozione per Hanamichi. Aveva davvero lavorato come una matta, poverina. Ad un certo punto si era messa ad urlare e a lanciare sedie contro la porta, urlando perché Gyh ed Enlil la smettessero di tentarla per sbagliare la pozione da dare al rossino. E adesso la pozione era pronta. Dopo notti insonni e crisi isteriche… era pronta. - Hana, tesoro… - sussurrò Rukawa al suo amante, addormentato sul letto. - Mmh? – chiese questo, aprendo gli occhi, stancamente. - È pronta… la pozione… - gli sussurrò piano Rukawa. - Davvero? Pensavo ci volesse più tempo, per finirla… - commentò Hanamichi, rannicchiandosi vicino al suo ragazzo. - Najka ha fatto gli straordinari. – sorrise Rukawa, tra il divertito, il sadico e il riconoscente – Non so che sapore abbia. - Lo saprò io tra poco. – sospirò il rossino, allungando la mano. Il moro prese la tazza dal comodino e gliela porse, sorridendo ad una smorfia di Hanamichi, quando questo si rese conto che quella roba era bollente. - Najka ha detto che più è calda prima fa effetto. – mentì Rukawa. Voleva che il suo do’aho prendesse quella roba il prima possibile, altrimenti sarebbe stato divorato dall’ansia. E se fosse arrivato un terremoto e la tazza fosse caduta, spargendo sul pavimento il suo contenuto? E se un caldo incredibile avesse intrappolato il Giappone nella sua afosa morsa, facendo evaporare la pozione? (Questo è troppo irreale… NdAutrice) Il rossino sospirò e cominciò a sorseggiare l’intruglio, lentamente, per evitare di ustionarsi la lingua, altrimenti come avrebbe fatto a baciare il suo amore? Il sapore dopotutto non era male… era molto dolce, un po’ strano, ma buono. Bevve fino all’ultima goccia, premurandosi di respirare solo quando ebbe finito e restituì la tazza vuota al moro. - Tutto bene? – gli chiese questo, osservandolo preoccupato. Hanamichi sorrise. Il suo Kaede era diventato incredibilmente premuroso e iperprotettivo, da quando era tornato. Con grande difficoltà il rossino era riuscito ad impedire al moro di mandare una spedizione punitiva a cercare Sendo, perché era veramente certo che non avrebbe mai più fatto male, né a lui né a nessun altro. E soprattutto Rukawa non lo lasciava mai da solo! Era sempre presente, lo seguiva ovunque, facevano il bagno insieme, coccolandosi a lungo nel tepore dei loro corpi vicini. Il rossino annuì, per rassicurarlo. - Mi sento già meglio… che ne diresti di una partitina a bas… ah! La frase del rossino s’interruppe bruscamente, mentre quest’ultimo si raggomitolava su sé stesso, una mano sul cuore… Bruciava, sentiva la pelle scottare… - Hana, cosa c’è?! Il moro sbiancò, non capendo più niente. Cosa stava succedendo?! Aprì la camicia del rossino, tanti piccoli bottoni caddero per terra, sul pavimento, rimbalzando. Un tatuaggio? No, sembrava come una bruciatura… un simbolo… uno strano triangolo nero, al centro del petto, che emanava un flebile filo di fumo grigiastro. - Kae… de… - rantolò il rossino, ansimando. Dolore. Doveva bruciare… - Hana… - mormorò Kaede. Non sapeva cosa fare. Non si era mai sentito così impotente. Poi… fine. Hanamichi chiuse gli occhi, abbandonandosi sul letto, svenuto. E il marchio sul suo petto… scomparve. Si dissolse. Come se non fosse mai esistito. - Hana?
- Ma come, non te l’avevo detto? – chiese Najka, tranquillamente, al Rukawa furente che aveva davanti. - No, non me l’avevi neanche accennato… - ringhiò il moro, stringendo i pugni. - Oh beh… su, non è nulla di grave… si è semplicemente rotto il sigillo che gli hanno imposto quando era piccolo… - sorrise Najka, conciliante, accarezzando il piccolo diavoletto svolazzante sulla propria spalla, che si diceva essere la sua crudele coscienza. Kaede la fissò con sguardo interrogativo. - Sai… Hana elfo… il sigillo per trattenere la sua violenza… - gli ricordò Najka. - Ah, già… - annuì Rukawa – ma perché si è sciolto anche quel sigillo? - Beh, si era indebolito e stava per svanire già da solo, visto che ormai era cresciuto e si era innamorato… solo che l’intruglio gli ha dato una spinta e… sai com’è! – spiegò Najka. Il tono calmo della strega ebbe il potere – magicamente? – di calmare la rabbia di Kaede. Cavolo, si era preoccupato da morire, gli era quasi venuto un infarto!!! - Ora che ne diresti di tornare da lui? – gli consigliò la ragazza, strizzandogli l’occhio con fare complice – Dovrebbe svegliarsi tra poco. Il moro neanche la salutò, tornando di corsa nella camera dove stava il suo amore. - Kaede? – lo chiamò piano il suo rossino, aprendo gli occhi stancamente. - Sono qui… - lo rassicurò Rukawa, con le lacrime agli occhi, stringendogli una mano tra le proprie. Hanamichi ricambiò la stretta. Era tutto finito.
Gyh: FINE!!! Ru: COSA?! Gyh: che vuoi ancora?! è__é Ru: la lemon. Ora. Gyh: ma non ne ho voglia… >__< Ru: ORA!!! Gyh: schiavisti… bah, avevo già l’idea di scrivere una piccola one-shot SENHANA! Mi vendicherò! Hana e Ru: cosa?! O__O Gyh: troppo tardi! Ah ah ah!! ^O^ Hana e Ru: mostro!!! >.<
POV RUKAWA
Rumore ovattato dello sciabordio dell’acqua. Il sole infuocato che scende, le fronde degli alberi che lo tagliano a metà, accarezzandolo. Il bosco dell’infanzia di Hanamichi. È qui che l’ho portato con la magia, in quest’illusione, la sera in cui l’ho salvato da Sendo e la sera in cui ci siamo messi insieme. È qui. Quindi adoro questo posto. Sono passati un paio di giorni da quando il mio Hana ha preso la pozione di Najka e tutti gli incantesimi e il sigillo che gli avevano posto da piccolo si sono dissolti. Per sempre. Hanamichi adesso è il solito do’aho vivace di sempre. Non che non sia dolce. Lo è sempre, come prima. A volte mi guarda e arrossisce delicatamente, poi si appoggia a me e mi abbraccia. Credo che in quei momenti gli torni in mente quello che ha passato e che ha rischiato quando Sendo l’ha rapito. Dice che comunque non si ricorda poi moltissimo, era troppo scombussolato. Generalmente è come se fosse stato un brutto sogno. Ma il tentativo di violenza credo che non lo scorderà mai. Il mio Hana. Siamo venuti qui a festeggiare la sua “guarigione”. Un bel pic-nic romantico, io e lui da soli. una delle migliori idee che il mio do’aho abbia mai avuto. Per inciso, secondo me voleva solo una scusa per stare da soli, visto che in casa mia siamo continuamente assillati, spiati e spesso anche fotografati da Najka, Enlil e Gyh. Voglio dire, ieri sono entrate nella nostra stanza mentre dormivamo e ci hanno filmati! Sono stato svegliato dallo sbuffare nervoso di Gyh “Tsk! Sono ancora vestiti!”. A quel punto le ho cacciate fuori a calci. Beh, a parte Najka. Mi fa paura. Le ho semplicemente chiesto di uscire. Inoltre adesso Najka è tutta entusiasta perché Hanamichi è l’ultimo elfo della sua specie e vuole fare alcuni esami, tanto per vedere se è possibile che ne esistano altri e per testare le sue capacità. Quando il mio do’aho ha saputo di avere la capacità di dare fuoco agli oggetti – con mooolto allenamento – si è messo a saltellare tutto contento. Ho paura per l’incolumità della mia casetta… Ma è anche vero che adesso vorremmo entrambi restare soli tra noi, a coccolarci un po’… quindi siamo fuggiti qui, per stasera. Ci siamo portati dietro qualcosa da mangiare, una tovaglia e una coperta bella grande. Adesso però abbiamo trovato un laghetto e Hanamichi è tutto contento. - Dai, Kae! – mi chiama – Facciamoci una nuotata! E si toglie la maglia. Nh. COS’E’ CHE FA??? - Do’aho…? – lo chiamo. Ok, non lo violenterei neanche se mi minacciassero di morte, ma… voglio dire, non ho mai avuto problemi di disfunzioni erettili, di certo non con lui, visto l’effetto che mi fa, e credo che la vista della mia erezione potrebbe spaventarlo, visto ciò che ha passato. - Vuoi lasciarmi a fare il bagno da solo? – mi chiede, deluso. Nooo, non l’attacco occhioni cucciolosi! Ma l’espressione cucciolosa si trasforma in un ghigno. - Oppure hai paura dell’acqua, volpaccia? - Do’aho. – sbuffo. Mi conosce troppo bene, maledetto! Mi spoglio velocemente – tenendo i boxer - e mi butto in acqua immediatamente, prima che Hana abbia anche solo il tempo di slacciarsi i jeans. Non vorrei avere problemi. Non guardarlo, non guardarlo… Si slaccia i jeans, se li toglie, li lancia via insieme ai calzini… Distraiti distraiti distraiti!!! Ok, niente da fare… almeno sono sott’acqua e non se ne accorge… Mi sorride e si tuffa. In poche bracciate è accanto a me. - Si sta bene… - mi dice, allacciandomi le braccia al collo e stringendosi a me. Lo sento irrigidirsi. Credo che abbia notato l’effetto della sua nudità… faccio finta di niente e gli accarezzo la schiena, piano, delicatamente. Non voglio spaventarlo. - Do’aho… - gli sussurro all’orecchio. Però lui non si scosta come pensavo che avrebbe fatto, con un’espressione imbronciata. Mi abbraccia ancora più strettamente e si incolla a me. Sento la sua pelle bagnata sulla mia, i suoi capezzoli duri per il freddo contro il mio petto, le sue mani dietro il mio collo. - Ti… Kaede, ti amo. – mormora. Un bisbiglio lieve, mentre mi posa un bacio sulla guancia. E continua a restare avvinghiato a me. Gli accarezzo la schiena con più decisione. Non si ritrae. Lo stringo forte. Anche lui ricambia la stretta. Mi bacia. Dolcemente. Poi il bacio diventa passionale. Non voglio mai staccarmi da lui. Le sue mani tra i miei capelli, mi accarezzano dolcemente, mentre la sua lingua combatte furiosamente con la mia. Discordante come sempre, il mio do’aho. Le mie mani si abbassano. Lentamente, dandogli tutto il tempo che vuole per ritrarsi, per allontanarmi. Le porto sui suoi glutei. Li stringo piano. Continua a baciarmi, con ancora più trasporto. Mi separo da lui, contro voglia. - Se non vuoi… - comincio, ma lui mi zittisce, posando due dita sulle mie labbra. Un sorriso sulle sue, dolcissimo e un rossore intenso sulle guance. E si allontana. Lo osservo mentre nuota fino ad un masso, prima di salirvi. Mi lancia un’occhiata. Attende che lo raggiunga. Incrocio le braccia sul petto. In attesa. Lui mi guarda ancora. Mi vuole con sé. Con gli occhi mi prega di raggiungerlo. Tende una mano verso di me, implorandomi con lo sguardo di colmare lo spazio che ci separa. Sorrido malizioso. Voglio vedere cosa fa. È anche un modo per testare se è davvero sicuro. Lui arrossisce e abbassa lo sguardo. Non osa alzare il viso. Si porta le mani sui boxer e li abbassa. Alza il bacino per toglierli. Ok, al diavolo! Lo raggiungo in qualche bracciata e salgo sul masso, su di lui, lo imprigiono sotto di me, baciandolo. I boxer non ha ancora fatto in tempo a toglierseli, gli sono saltato addosso troppo presto, sono ancora a metà coscia. Si lascia baciare, esplorare dalla mia lingua. - Ti amo, do’aho… - gli bisbiglio piano all’orecchio. Per tutta risposta lui mi da un morsetto scherzoso al collo. Brivido. Torno a baciarlo. Mi piace da morire il suo sapore. Struscio il bacino contro il suo. Geme, sussultando. È eccitato quanto me. Interrompo il nostro bacio e gli sorrido. Sono felice. Anche lui mi sorride. Quindi lo sono il doppio. Gli mordo il lobo di un orecchio. Mugola, aggrappandosi alle mie spalle. Scendo sul collo e lo cospargo di succhiotti. Voglio proprio vedere cosa diranno i nostri compagni di squadra… Chissà cosa mi dirà lui… farà di me una pelliccia. Ma adesso è troppo impegnato per rendersene conto. - Kae… - ansima, alzando il bacino, strusciandosi contro di me. Ansimo insieme a lui. Scendo con la bocca e accolgo tra le labbra uno dei suoi capezzoli. Come ricordavo, Hanamichi è più che sensibile in questo punto e comincia a gemere, a fremere sotto di me, mentre una delle mie mani scivola sul suo sesso, ad accarezzarlo con delicatezza. Strusciando una gamba contro le sue mi accorgo che ha ancora i boxer. Sorrido. Mi dimentico di qualsiasi cosa quando sono con lui. Non per nulla sono una volpe addormentata. La mano che accarezzava il suo sesso scende ancora – geme, frustrato – a tirare via quell’inutile – e maledetta – stoffa. È nudo. Tutto mio, tutto nudo, abbronzato, sotto di me. Lo voglio. Lo voglio con un’intensità tale che vorrei prenderlo immediatamente. Ma c’è una cosa che desidero ancora di più. La sua felicità. Mi guarda un po’ spaventato, impacciato. Ha notato il lampo di passione quasi feroce che mi è passato negli occhi. - Kitsune…? – mi chiama, piano. Gli sorrido. Gli bacio le labbra, delicatamente, poi torno sul suo petto. Lecco i capezzoli, lecco le clavicole. Scendo. Lecco l’addome, l’ombelico – qui ha riso per il solletico – e poi… scendo Poso un bacio veloce sulla punta e lui s’inarca. Continuo a leccare la sua virilità e nel contempo gli porgo due dita da succhiare. Le accoglie nella sua bocca calda, mordicchiandole, succhiandole. Alla fine, le estraggo da lì. Comincio a penetrarlo con un dito. Piano, lentamente. Lo faccio sprofondare del tutto. Non gli fa troppo male. Lo muovo per un po’, poi ne infilo un altro. E lui comincia a spingersi contro di me, contro la mia bocca, contro le mie dita. - Dio, kitsune… muoviti… - ansima, quasi disperato. Mi rialzo su di lui e noto che si è morso le labbra a lungo per trattenere i gemiti. Do’aho! Bacio le sue labbra, piano. Dolcemente. - Ti farà male… - gli sussurro. Lui mi sorride. - Do’aho… - commenta. - Do’aho qui sei solo tu! – sbotto io. - Allora dimostralo. – mi sfida. Mi allaccia le braccia al collo, alza il bacino. Ok. Comincio ad entrare. Piaaaano, piaaaaaano… con calma, certo, Hana deve abituarsi, non posso mica fare forte, no… poi gli fa male… Maledizione, è troppo stretto e accogliente!! Non resistoooo… no, devo resistere… - Nh… - mugugna Hana, stringendomi più forte. Da questo suono di dolore e fastidio trovo la forza per andare piano, lentamente… perché Hana non deve mai pentirsi di ciò che mi ha donato. Arrivo fino in fondo dentro di lui. Lui continua a stringermi. Non mi muovo. - Kae… - sussurra – prova… a muoverti… Spingo piano. Ansima. Mi fermo. - An… ancora… - dice, con voce più acuta e tremante. Spingo ancora e lui geme. Non mi fermo più. Continuo a spingere, spingere, dentro Hana, dentro il mio do’aho e mi sembra, in questo momento, di rivedere tutto quello che abbiamo passato insieme, dal nostro primo incontro fino ad oggi e sento di amarlo, amarlo, amarlo… Una mia mano scende ad accarezzare il suo sesso, a stimolarlo e lui grida. Ci baciamo. E veniamo. Insieme. Ci guardiamo, per qualche istante. Hana mi sorride. - Se eravamo in camera tua sarebbero spuntate quelle tre maniache… - commenta il mio do’aho. - Nh… Faccio per rispondere, ma mi zittisco. Sento dei rumori e dei bisbigli… - Ci ha scoperto? - Ma no, silenzio! - Silenzio tu! - Com’è venuto il filmino? - Bene… adesso metto tutto in internet! Che diavolo…?! - MALEDETTE HENTAI!!! Il mio urlo risuona in tutto questo luogo e Hanamichi nasconde il viso contro la mia spalla, ridacchiando piano, imbarazzato da morire.
Gyh: e adesso fine davvero! Ru: O__O maledette maniache… Hana: O\\\\\\O ma… ma… Akira: ma io dove sono finito…? Gyh: non so. Sarai da qualche parte a fare le cosacce con Kosh! ^_^ Akira: evvai! Gyh: ma non lo scriverò. Akira: ç__ç Gyh: comunque! >__< quest’obbrobr… questa cosa… è dedicata a Mel-puccia, al Cencios e a tutte le scrittrici meravigliose che il destino fausto mi ha permesso di ammirare.
|